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Era dal 20 settembre 1997, in occasione dell’epico concerto che gli U2 tennero al Campovolo di Reggio Emilia, che per altro sanciva la loro fine artistica, che non mi capitava di pronunciare le parole: “Io c’ero”! Solo che questa volta non si tratta di musica ma di vino, che per me pari sono. Il 19 maggio 2012 un manipolo di eroi guidati dal buon Davide Bonucci (Enoclub Siena), con pochi mezzi ha realizzato quello che, senza correre il rischio di essere troppo pomposi, si può definire un vero e proprio evento! Come per una sorta di legge del contrappasso (siamo pur sempre nella terra di Dante) si è cercato di dare un senso a tutti quei fiumi di vino versati in giro per l’Italia in mille manifestazioni, spesso inutili. L’intento iniziale era di approfondire le potenzialità qualitative della Vernaccia di San Gimignano confrontandola con altri vini bianchi italiani (e non solo) ma poi si è andati oltre, prospettando l’ipotesi di organizzare, per l’anno prossimo, un vero e proprio forum sui vini bianchi, per gridare al mondo intero che l’Italia non è solo un paese di grandi vini rossi ma che anche con i bianchi siamo in grado di dire la nostra. Ve l’ immaginate un forum dove Walter Massa, Benjamin Zidarich, Alessandro Dettori, Francesco Valentini (tanto per citare i primi nomi che mi vengono in mente) e magari Josko Gravner, discutono (e degustano) di vini bianchi assieme a giornalisti, blogger, sommelier, ecc? Folgorante no? Questa l’ipotesi per  il futuro; per il momento rimaniamo nello splendido presente e sulla “due giorni” Sangimignanese. Diciamo subito che nelle degustazioni alla cieca, la Vernaccia di San Gimignano, ha fatto la sua porca figura poichè le cantine presenti (Il Colombaio di Santa Chiara, La Castellaccia, Mattia Barzaghi, Mormoraia, Signano, Cappella di Sant’Andrea) sono state tutte all’altezza della situazione e addirittura, alcune di loro, nettamente superiori ad un bianco di un’azienda qualche anno fa di gran moda. Certo di strada da fare ce n’è ancora molta, anche perché il principale nemico della Vernaccia di San Gimignano è la Vernaccia di San Gimignano stessa: fino a quando nel centro storico e nei dintorni si venderà un vino scadente a pochi euro, sarà davvero difficile fare il grande salto. In realtà già da qualche anno le cose stanno cambiando, c’è una nova generazione in vigna che ha iniziato a fare vini di ottimo livello e da “bianchista” quale sono, credo che la Vernaccia di San Gimignano sia anche un grande bianco da invecchiamento. Se i produttori avranno pazienza, cercando di non farsi travolgere dal mercato che vuole sempre vini d’annata spesso crudi, potrebbero ritrovarsi in cantina vini di grande complessità a patto di non eccedere nel legno come capita oggi per alcune riserve.  In quell’oasi di una bellezza mozzafiato che è poi Mormoraia, l’azienda agrituristica che ha ospitato l’evento, non si è parlato solo di Vernaccia di San Gimignano ma c’è stata anche la possibilità di degustare degli altri ottimi vini come ad esempio quelli di Monaci – Garofano, La Colombera, Monteraponi e alcune selezioni inviate da Christian Bucci di Les Caves de Pyrene; poi direttamente con i produttori, visto che erano presenti all’educational in qualità di ospiti, i vini di quel grande personaggio che è Walter Massa (Lo sterpi derthona Timorasso 2008 su tutti) e quei tre capolavori di Rossese di Dolceacqua che fa Giovanna Maccario ma di questo parleremo nella prossima puntata!

« Questi, e mostrò col dito, è Davide Bonucci. Davide Bonucci da Siena: e quella faccia di Ià da lui più che l’altra trapunta ebbe la Santa Chiesa e le sue braccia: dal Torso fu, e purga per digiuno l’anguille di Bolsena e la Vernaccia »

(Dante Alighieri, Divina commedia, Purg. XXIV,19-24)

Ancora due Merlot in purezza friulani che mi stupiscono! Mi sbilancio (ho le prove) e dico che è forse la zona d’Italia dove il Merlot viene meglio. Certo se pensiamo a Enzo Pontoni (Miani – Colli Orientali del Friuli) i confini si allargano notevolmente e ai merlot francesi comincia a venire la tremarella! I due nuovi cavalli di razza che ho avuto la fortuna di bere recentemente sono il Merlot Gjan 2008 di Lis Fadis e il Merlot 2008 di Borgo delle Oche: il primo proveniente dalla ormai da quella granitica certezza che sono i Colli Orientali; il secondo da un territorio spesso sottovalutato (a torto) che sono le Grave.

Merlot Gjan 2008 di Lis Fadis

La bellissima azienda agricola Lis Fadis, tradotto dal friulano “Le Fate”, si trova a Spessa di Cividale, ed ha la particolarità di aver dato a ogni vino di produzione il nome di un folletto della tradizione carnica: Sbilf, Guriut, Gjan, Bergul. I proprietari dell’azienda Alessandro Marcorin e Vanilla Plozner, hanno svolto per decenni l’attività di antiquari per poi decidere di acquistare quest’angolo di paradiso nei Colli Orientali del Friuli e di dedicarsi alla viticoltura.

Il Vino
Solo 1100 bottiglie! Barriques di rovere francese da 225 litri, dove permane per 18-20 mesi, poi verrà imbottigliato e sosterà almeno un anno prima di essere immesso sul mercato. Il naso è complesso, il frutto (mirtilli, mora, ciliegia) è avvolgente e poi appena si apre, “scoppiano” i profumi terziari, spezie e cioccolato. In bocca è morbido e lunghissimo.

Merlot Borgo delle Oche 2008

L’azienda agricola Borgo delle Oche, si trova a Valvasone, bellissimo borgo medievale della pianura friulana occidentale, è costituita da circa 10 ettari di proprietà in zona Friuli DOC Grave. L’azienda è condotta da Luisa Menini che si occupa del lavoro in vigna e dal marito Nicola Pittini, agronomo ed enologo che si occupa della cantina. Dopo alcuni anni di sperimentazione, nel 2004 Luisa e Nicola iniziano a fare sul serio e a proporre al mercato i loro vini; vini mai anonimi, da subito l’obiettivo è stato quello di smarcarsi dalla media (bassa) di molte produzioni delle Grave per fare vini importanti e di grande qualità; non è un caso, infatti, che oltre a Piero Pittaro sia l’unica azienda delle Grave a produrre un metodo classico (notevol), molto vicino allo stile Trento DOC!

Il Vino

Questo merlot fa solo acciaio! Il naso è ricco di profumi, bellissima la nota di confettura di sottobosco, poi spezie, tabacco! In bocca è rotondo con un tannino lieve! Un vino suadente, di una finezza davvero unica!

Qualche giorno fa, su un notissimo social network è stato pubblicato questo scritto, cito: “Io quando compro un vino compro una bevanda. Non mi interessa (e non lo voglio pagare) comprare emozioni, suggestioni, visioni, racconti, paesaggi e tutto il resto”. Confesso che mi ha fatto davvero male leggere quelle parole; non si può trattare il vino come una coca cola qualsiasi, è come dire che la musica classica è semplicemente un insieme di note, sterile vero?  La sera dopo, all’Isola di Mazzorbo a Venezia, in occasione della cena/degustazione per celebrare la stappatura di una delle 88 Jeroboam di Venissa di Bisol, ho ripensato a quelle parole pesanti e a come, per quanto si possa essere pragmatici o più realisti del re, sia impossibile considerare un vino come il Venissa, il progetto che l’ha originato e delle suggestioni che racconta, semplicemente una bevanda! Degustando quel vino della Venezia nativa (perché la città lagunare ha avuto origine proprio sulle isole di Mazzorbo, Burano e Torcello) che è fatto con l’antico vitigno autoctono a bacca gialla Dorona, possiamo viaggiare indietro nel tempo e proprio quel vino, più di un’opera d’arte o di un palazzo storico, è in grado di raccontarci una Venezia primigena, inedita, autentica, lontanissima anni luce dallo stereotipo del turismo di massa!

Il Progetto Venissa a Mazzorbo

L’isola di Mazzorbo era anticamente denominata Maiurbium (da Magna Urbs, città maggiore), a testimonianza dell’importanza culturale e commerciale avuta dall’isola in passato, la Venezia nativa per l’appunto. Mazzorbo ospita la Chiesa di S. Caterina, costruzione del XIII secolo, e l’antica Tenuta Venissa, parco Agricolo Ambientale ristrutturato da Bisol, vincitore nel 2007 del bando indetto dal Comune di Venezia, proprietario della Tenuta. Il progetto Venissa, voluto fortemente da Gianluca Bisol e dalla famiglia Bisol, coinvolge istituzioni quali il Comune di Venezia, la Regione Veneto e altre associazioni ed enti internazionali. Bisol, dopo un attento lavoro di ricerca sull’antico vitigno veneziano chiamato Dorona (uva d’oro) iniziato nel 2002 ha recuperato quest’antica vigna murata. Nel mese di settembre 2010, grazie al sapiente lavoro di squadra di due grandi enologi come Desiderio Bisol e Roberto Cipresso si è tenuta la prima vendemmia di Venissa per una produzione pari a 4880 bottiglie, 88 Magnum e 88 Jeroboam.

A rendere ancora più “veneziano” il progetto Venissa, che unisce oltre al vino anche la tradizione orafa e della lavorazione del vetro, ci hanno pensato Giovanni Moretti che ha realizzato l’etichetta con una preziosa foglia d’oro zecchino battuta dall’attuale discendente dell’antica famiglia Berta Battiloro. L’applicazione della stessa è stata eseguita a mano e la bottiglia messa poi a ricottura nei forni della vetreria Carlo Moretti a Murano. La Tenuta ospita frutteti e orti, dedicati alla coltivazione di specialità veneziane, e una peschiera con tipici pesci lagunari (cefali, anguille e moeche). Al progetto collaborano anche i pensionati di Burano. Gli anziani buranelli, che provengono dal mondo della pesca, portano avanti la tradizione orticola veneziana curando gli orti di Venissa e praticando un’orticoltura sostenibile ed eroica. Qui, grazie alla salinità e all’eccezionale microclima, non vi sono parassiti. Nella Tenuta, sorge il Ristorante Venissa, gestito da Paola Budel, chef bellunese formatasi alla scuola di Gualtiero Marchesi e di Michel Roux.

 

Il menù della cena e i vini

Che Paola Budel sia bravissima non lo scopro certo io, anzi prevedo una Stella Michelin già dal prossimo anno ma visto che il mio “core businnes” (come dicono a Napoli) è il vino, non posso fare a meno di sottolineare l’altissimo livello dei vini presentati da Bisol per gli abbinamenti , mi riferisco a NoSO2, al Relio e al Rosè Brut (tutti a produzione limitata);  oltre naturalmente oltre al Venissa. Come mia abitudine mi limito a parlare dei vini i abbinamento ai piatti!

In degustazione prima della cena il Venissa (100% Dorona): 30 giorni sulle bucce a fermentare ma non aspettavi, per intenderci, un “macerato” di Oslavia o del Carso; stiamo parlando di due terroir agli antipodi. Al naso è salmastro, poi iodio e speziatura in evidenza; in bocca è morbido e rotondo. Per dirla con le parole di Roberto Cipresso “La Dorona non è la migliore uva del mondo e il Venissa non è il più grande vino del mondo, ma il sapore di questo vino commuove; è la scoperta di un’altra Venezia, antica, segreta e romantica!”

Caciottina cagliata da noi, spinacino dell’orto e morchelle con NoSO2 Jeio Glera Spumante senza solforosa aggiunta 2009 extra brut (100% Glera): non sono un fanatico del prosecco ma questo NoSO2, come certi Colfondo, mi piace davvero tanto: crosta di pane in evidenza, bella la nota acida e la sapidità, imbottigliato nel 2010!

Crema di polenta Mais Biancoperla con fritto di pesci di Laguna con
NoSO2 Jeio Glera Spumante senza solforosa aggiunta 2009 extra brut

Gnocchi di patate arrostiti, guazzetto di piselli e vongole veraci con Bisol “Relio” Metodo Classico Spumante extra brut Vendemmia 2007 (100% Glera): certo la strada della vinificazione della Glera secondo il metodo classico è tutta in salita; fino ad oggi i prosecco metodo classico che ho bevuto non mi hanno mai convito, in taluni casi mi sono anche domandato che senso ha fare un vino così; devo dire però che il “Relio” di Bisol mi ha sorpreso piacevolmente, per lo meno ha risposto alla mia domanda di senso tanto cercata!

Testina di Vitello con sarde ed erbe spontanee con Bisol Rosé brut 2005 Talento Metodo Classico dégorgement novembre 2009 (100% Pinot Nero): eccola la sorpresa della serata, dopo il Venissa naturalmente! I Bisol con il metodo classico ci sanno proprio fare; un vino di grande complessità ed eleganza, notevole!

Torta di mandorla e gelato ai semi di finocchietto conBisol “Duca di Dolle” Passito (100% Glera): so che non è professionale ma mi sono distratto, non ho fatto nemmeno la foto e non ho bevuto il “Duca di Dolle”; ho voluto a tutti i costi riassaggiare un nuovo calice di Venissa anche perché un vino così ti capita di berlo poche volte nella vita!

Fino a qualche anno fa, immaginare che una cantina del Lison Pramaggiore facesse un metodo classico era utopia allo stato puro. Il territorio di Lison, DOC al confine tra Veneto Orientale e Friuli Venezia Giulia, è storicamente vocato e votato alla produzione di grandi quantità. Vini, quelli di Lison, di sicuro beverini ma, e questo vale per molte delle aziende della zona, di qualità modesta. In realtà si è sempre badato a sbrigare l’ordinario concedendosi raramente qualche sogno, qualcosa che andasse oltre! Per questo motivo sono rimasto davvero stupito nell’assaggiare non dico uno, ma ben due vini dell’Azienda Agricola Mazzolada in grado di movimentare quella sorta di “Mare della tranquillità” che è la DOC Lison. Il primo vino, per l’appunto un metodo classico (Chardonnay 70%, Pinot Bianco 15%, Riesling renano e italico 15% )è di recente uscita; infatti ho degustato la prima cuvèe, una sorta di sperimentazione, con una sosta di 12 mesi sui lievi ma già dalla prossima produzione la sosta sarà di 24 mesi (personalmente lo lascerei ad affinarsi anche per 36 mesi): i margini di miglioramento per questo metodo classico “veneziano” sono ampi ma già oggi è una scommessa vinta. Il secondo vino è invece è una Malvasia aromatica di Candia in versione Charmat! Questo prodotto di Mazzolada mi ha davvero stupito e sto parlando di una “semplice” Malvasia. È un bicchiere davvero particolare, entra in bocca con una leggera dolcezza per poi virare su una nota amarognola molto delicata, è elegante ed equilibrato e poi, least but not least, consente di evitare l’abbinamento standard e un po monotono che la vuole solo con i dessert e di osare anche con i crostacei e i crudi di pesce; davvero una bella sorpresa!

 

L’azienda agricola Mazzolada

Gestita da più di venticinque anni dalla famiglia Fraccaro Genovese, l’azienda dispone di 126 ettari di cui 93 a vigneto. A guidarla sono i fratelli Francesca e Renato; in particolare Francesca, che se ne occupa in prima persona, ha scelto di andare oltre la produzione di vino, trasformando l’azienda in una sorta di oasi naturale circondata da canneti, corsi d’acqua e da uno splendido “casone” situato al centro del laghetto artificiale, fedele riproduzione della tipica casa con il tetto di canne utilizzata dai pescatori di Caorle, dov’è possibile organizzare degustazioni, pranzi, incontri. Da non dimenticare l’antico frassino che ha più di 250 anni, situato al centro dei vigneti e inserito nel censimento degli alberi antichi del veneziano come l’esemplare più vecchio di tutta la provincia.

Sabato 5 maggio, Località San Quirino, Cormons: “Ei fu. Siccome immobile, dato il mortal sospiro, stette la spoglia immemore orba di tanto spiro, così percossa, attonita la terra al nunzio sta, muta pensando all’ultima ora dell’uom fatale! Napoleone è morto da un pezzo, il giorno dopo toccherà a Sarkozy (politicamente parlando) ed io giro per le vigne con Michele (Bean) e la terra forse è davvero attonita perché le nuvole in cielo sono pericolosamente minacciose e nere! Un breve saluto a Davide (Feresin) che sta lavorando in vigna e poi Michele ed io (fannulloni), dopo il giro, andiamo in cantina a degustare! Michele Bean mi piace davvero tanto (calma amici dell’Agesci, non innervositevi) come persona dico, è proprio un’anima bella, al di là dal vino; lo capisco dalle cose che mi racconta e dai sentimenti che lo muovono; e di cose me ne racconta, anche del mondo del vino, che se fossi uno scafato, con due dita di pelo sullo stomaco, farei un post acchiappa visite ma la mia natura è un’altra e non parlerò nemmeno sotto tortura: parola di lupetto! Il punto e che questi due ragazzi, di cui avevo parlato qualche tempo fa in questo scritto, fanno dei vini stupendi e oggi, in questo di lembo di terra a ridosso del Collio ma che fa parte della DOC Friuli Isonzo, avrò la fortuna di assaggiare delle chicche: alcune non più in commercio perché esaurite, altre in uscita tra qualche anno ed altre ancora prossime a vedere la bottiglia!

I Vini degustati

Una doverosa premessa: mentre il Friulano (ex Tocai) sta incontrando una serie di difficoltà, per ragioni politiche ed economiche e qualcuno ha in mente di spiantarne i vigneti a favore del prosecco (maledetti), Michele e Davide ne hanno fatto una sorta di bandiera da ostentare con orgoglio: infatti, il loro Tocai è unico e inconfondibile, grazie anche a una stupenda nota di pappa reale che lo caratterizza.

Feresin Davide Friulano 2008 (100% Tocai Friulano)

Purtroppo per chi non ha avuto la fortuna di berlo è esaurito! Al naso confettura di albicocca, camomilla, pappa reale, datteri, fieno, poi mentre si apre vira su note di formaggio grana. In bocca è pieno e talmente suntuoso che ti provoca succulenza: un vino da bere ma anche da mangiare.

Feresin Davide Pinot Grigio 2008

Ramato! Avevo bevuto il 2009 trovandolo stupendo ma questo 2008 è strepitoso! Al naso rabarbaro, erbe officinali, chinotto, zenzero. Trovatelo, assaggiatelo vi turberà!

Feresin Davide Friulano 2010 (100% Tocai Friulano)

In bottiglia dalla metà di maggio 2012! La nota di pappa reale è sempre in evidenza, tabacco, cedro, elegante e opulento, lunghissimo in bocca!

Feresin Davide Nero di botte 2008 (100% Refosco dal peduncolo rosso)

Avevo assaggiato la prima annata (2007) trovandola interessante e pronosticando un grande futuro! Il 2008 è in assoluto uno dei migliori rossi friulani assaggiati negli ultimi anni! Bellissima la speziatura e le note di frutta rossa. È un vino rotondo, di un’eleganza unica!

Feresin Davide …Piccolo Compendio dell’universo 2009 (100% Tocai Friulano)

Sì, il vino si chiama proprio così, con i tre puntini davanti! Tra pochi giorni sarà in bottiglia! Vira sui 15° di alcol ma il bello e che non si sentono! Per descrivere questo vino mi viene in mente un paragone con la musica: nel 1990 uscirono due dischi, “Discanto” di Ivano Fossati e “Le nuvole” di Fabrizio De Andrè, due capolavori, non solo della musica ma anche della letteratura italiana! Quegli album avevano in comune una particolarità in comune e cioè erano completamente “fuori” dal mercato discografico, guardavano (e guardano tutt’oggi) all’arte universale!Questo vino è una sorta di “Discanto” o se preferite di “le nuvole” di Davide e Michele! Un sommelier appassionato qui va a nozze e può sperimentare alla grande: io lo vedo bene sul pesce crudo e su carni bianche importanti e speziate!

Feresin Davide Nero di botte 2011 (100% Refosco dal peduncolo rosso)

In bottiglia nel 2015! Materia prima davvero ricca; al naso albicocca e tabacco! In questo momento potresti scambiarlo per una “Lacrima di Morro D’Alba” ma poi si asciugherà! Ne vedremo delle belle!

Prendi un grande gruppo che opera nel mondo del vino, metti che abbia capitale da investire e decida di acquistare una tenuta in Friuli, ad esempio in una zona particolarmente vocata come i Colli Orientali; la combinazione soldi e terroir dovrebbe essere un mix micidiale per produrre dei vini importanti, facile no? E se non fosse proprio cosi? E se la terra avesse bisogno di essere amata e non le bastassero i soldi come per un’ “Olgettina” qualunque? E se la terra avesse bisogno di qualcuno in grado di guardare oltre, che abbia la capacità di coglierne l’essenza e che non si fermi solo al mero profitto? Fatti e riferimenti a cose e persone non sono del tutto casuali, infatti qualcosa di simile è successo in Località Novacuzzo a Prepotto. Qui nei Colli Orientali del Friuli, gli “industriali” non hanno capito le reali potenzialità di un vigneto, che in alcune sue parti veniva attaccato dalla Botritys Cinerea, e hanno pensato che fosse una specie di reietto destinato solo ad ammuffire, per l’appunto! Succede che poi quella stessa proprietà venga acquistata nel 2008 da Flavio Schiratti che coadiuvato da Toni Antonio Cuman la trasformi nell’azienda agricola Ronc Soreli e la prospettiva si ribalti completamente: quello stesso vigneto, prima minaccia (per il profitto), diviene opportunità e permetta di lavorare a un grande e particolare Tocai (Friulano), che risponde al nome di Otto Lustri! La morale di questa storia (a lieto fine) è finanche banale: non bastano un foglio e una penna per scrivere una poesia, ci vuole anche il poeta e non credo serva aggiungere altro; invece qualche parola in più è d’obbligo su questa sorprendente realtà vitivinicola dei Colli Orientali.  L’azienda si estende su 72 ettari di proprietà che si sviluppano tra i comuni di Prepotto, Cividale del Friuli e Corno di Rosazzo. Gli ettari vitati sono 43 e occupano la collina rivolta a est – sud est del borgo di Novacuzzo nel comune di Prepotto. I vigneti che arrivano a ridosso del parco naturale del Bosco Romagno, scendono fino a toccare le sponde del torrente Judrio che segna il confine con la Slovenia e il Collio Goriziano in una sorta di paradiso terrestre!

I Vini degustati

Pinot Grigio 2009

Ramato!Leggera macerazione sulle bucce (12 ore). Fa acciaio e cemento per nove mesi sulle fecce nobili. Bel naso di rosa e frutti rossi, equilibrato e fresco!

Otto Lustri 2009 (a base tocai friulano)

Da un vigneto di 5 ettari del 1968; da qui il nome 8 lustri; il vino allo scoccare del 9 lustro, ovvero nel 2013, cambierà nome (nove lustri) ed etichetta. In alcune zone il vigneto è colpito da Botrytis Cinerea poi fa acciaio e cemento. Naso complesso (agrumi e frutta tropicale); in bocca è molto lungo; l’appassimento da una nota davvero particolare, un Tocai (Friulano) che spiazza e sa essere decisamente intrigante!

Schioppettino di Prepotto – La Vigna dello Scoiattolo 2008

Lo “Schioppettino di Prepotto” si ottiene da uve dell’omonimo vitigno, prodotte esclusivamente nel Comune di Prepotto. L’affinamento deve essere fatto come minimo per 12 mesi in botti di legno e deve essere posto in commercio non prima del mese di settembre del secondo anno successivo alla vendemmia. Davvero intenso questo Schioppettino di Ronc Soreli; al naso una bella speziatura e frutta rossa, bella la morbidezza e l’intensità. Un grande Schioppettino!

Dove ci sono odio e vendetta spesso c’è anche un muro che separa e che dovrebbe evitare (ma per fortuna non ci riesce mai!) pericolose contaminazioni di pensiero in grado di sovvertire quella disumanità che si è fatta regola. Dove c’è un muro, c’è anche la speranza che alla fine quell’innaturale barriera vada in frantumi; è successo a Berlino, forse un giorno succederà anche tra Palestinesi e Israeliani. Per adesso quel muro, situato al confine tra i due “ stati”, divide anche i vigneti ma in questo caso, il vino è in grado di fare quello che per l’uomo al momento è solamente un’illusione e cioè unire. Anzi riunire, sotto un unica etichetta (Cremisan), i vini dei due territori in perenne lotta. Il progetto della cantina Cremisan, oltre a costituire una fonte di lavoro per molte famiglie di quella terra martoriata, rappresenta anche un importante tentativo di dialogo tra israeliani e palestinesi. Cremisan nasce dalla volontà dei Padri Salesiani di Betlemme con l’intento di riqualificare una zona considerata uno dei più antichi insediamenti agricolo‐artigianali della Palestina, risalente all’Età del Bronzo. Il progetto, sostenuto dal VIS (Volontariato Internazionale per lo Sviluppo), mira allo studio, alla tutela e alla valorizzazione dei vitigni autoctoni e di rilevanza storica, contribuendo nel contempo al miglioramento delle condizioni di vita della popolazione araba che vive nell’area compresa tra Gerusalemme, Beit Jala e Betlemme, attraverso il sostegno alle opere educative, sociali e assistenziali, gestite dalla Casa Salesiana in loco. Il punto e che non ci troviamo solo di fronte solo ad un lodevole progetto umanitario ma a una produzione di vini di grande qualità; merito dell’ottima materia prima, del terroir,  e del lavoro in vigna fatto da persone  competenti e qualificate  anche se di fede religiosa diversa (cristiani e mussulmani); il tutto sostenuto dalla competenza degli italiani  Andrea Bonini (enologo) Roberto Paglerini (agronomo).

Vini degustati

Cremisan Daboùki 2010 (100% Daboùki): da uve a bacca bianca, un naso intenso con note iodate e salmastre, bella freschezza.

Cremisan Hamdàni-Jàndali 2010 (100% Hamdàni-Jàndali): da uve a bacca bianca, naso complesso (frutta bianca e tropicale) ma è in bocca che colpisce particolarmente fino a diventare intrigante, davvero particolare

Cremisan Cabernet Sauvignon 2009: Naso complesso, terroso, rotondo con un bel tannino, che vino diamine!

 

 

“Un attimo”
Desidero solo silenzio e quiete,
non parlarmi di cose del passato e del futuro
non parlarmi di ieri e non andare
all’indomani.
Questo attimo, per me,
non ha nè prima nè dopo
non ha più senso
ieri è scomparso quali echi e ombre
e l’ignoto domani si dilaga lontano
e non si vede più
sarà forse diverso di quanto han disegnato
le mani dai sogni tuoi e miei,
diverso di quanto desideriamo?
Questo attimo, e non altri tempi,
è un fiore che si apre nelle nostre mani:
senza frutti senza radici
ma è solo un fiore di spontanea bellezza,
teniamolo bene prima che si trappi,
amore mio!

Fadwa Tuquan (Nabus, 1 marzo 1917 -  12 dicembre 2003) poetessa e saggista palestinese

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