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Archivio per settembre 2010

Sauris, comune delle montagne Carniche Friulane, 423 abitanti all’anagrafe (secondo me sono molti di meno), boschi incantanti,  norcineria di grande pregio,  ma soprattutto la birra artigianale Zahre, che altri non è che il nome Sauris nel locale dialetto di origini germaniche. Il progetto Zahre, che nasce ufficialmente nel 1999, nel variegato, affascinante e per certi versi misterioso (ma quanti sono i birrifici artigianali in Italia in questo momento?) panorama delle birre artigianali, si guadagna in fretta un posto al sole. Per la produzione delle quattro birre integrali, non pastorizzate ne filtrate, si usano sia i lieviti a bassa che ad alta fermentazione, materie prime selezionate in maniera maniacale e per completare l’opera l’uso dell’acqua pura delle sorgenti di Sauris.
Eccole nel dettaglio:
Chiara Pils(fresca bionda, classica, 5° Alc., colore paglierino, aroma leggero con delicata fragranza di lieviti e un gradevole sapore fruttato); Rossa Vienna (dal malto maggiormente tostato di un’antica ricetta viennese, il colore rosso ambrato, 6° Alc. ed un aroma secco, intenso e profumato); Canapa (chiara su base Pils, 5° Alc., dal raffinato aroma di foglie e fiori di Canapa Carmagnola italiana, con un gusto levigato, una birra corposa e delicata insieme);

Affumicata (colore rosso scuro, 6° Alc.,caratterizzata da un’ottima rotondità e da un persistente ed inconfondibile aroma di malto d’orzo affumicato). Le birre Zahre,  si caratterizzano per il loro corpo leggero e per  la loro facilità di beva, da provare (per godere) con  i salumi di porco e con la carne secca. Ein prosit

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L’Italia, si sa, ha un patrimonio ampelografico ricchissimo con un notevole quantitativo di vitigni autoctoni che chi produce vino, seguendo i vari disciplinari (ma anche no!), ha la possibilità di vinificare secondo diverse tipologie (secco, frizzante, dolce, passito, liquoroso, spumante, ecc.), c’è da divertirsi insomma, soprattutto, quando, da uve che generalmente si vinificano in altre forme, si percorre  la strada della spumantizzazione, in particolare della spumantizzazione secondo il metodo classico. Ecco permettetemi di dire che alcuni vitigni autoctoni italiani, nella versione spumante, danno risultati straordinari che spesse volte superano di gran lunga i celebrati Franciacorta o Trento Doc e regalano al degustatore e all’appassionato quel brivido “divino” che solo gli amati/odiati “cugini” d’oltralpe sanno donarci. Senza voler strafare, diciamo che anche in Italia esistono zone altamente vocate in grado di dare  spumanti di livello assoluto e originali che vanno protetti e soprattutto fatti conoscere a chi ama il vino.

Senza indugiare entriamo nel dettaglio partendo dal Piemonte e da quello che è per me il “bicchiere” sublime ovvero il “Gavi  Riserva d’Antan”, 100% uve Cortese, prodotto dall’Azienda “La Scolca” della famiglia Soldati in quel di Gavi. L’invecchiamento in bottiglia è di almeno 10 anni a contatto con i lieviti autoctoni selezionati e senza  tecnicismi, dico solo che un sorso di Riserva d’antan apre la strada per il Nirvana (lo so… sto esagerando, ma amo follemente questo vino e quindi non sono in grado di controllarmi, scusate……). Spostandoci a Nord Est, in particolare nella zona del Garda troviamo interessanti prodotti ottenuti da uve Trebbiano di Lugana , il Lugana Brut Ca Maiol dell’azienda Provenza e nei Monti Lessini sono molto interessanti gli spumanti prodotti da uve Durella , il Lessini Durello Brut dell’azienda Casa Cecchin. Virando di 500 chilometri circa arriviamo nelle Marche per incontrare il Verdicchio Metodo Classico , il Brut Riserva dell’azienda Garofoli.

Ed eccoci al sud, in Campania,  dove troviamo un altro dei miei grandi amori la Falanghina Brut dei Feudi di San Gregorio, 100% Falanghina. Il vino è nato grazie ad una collaborazione con Anselme Selosse che ovviamente, visto il talento del personaggio, ha contribuito alla realizzazione di uno spumante davvero originale,   ma sono davvero notevoli anche gli altri 2 spumanti della linea “Dubl” ottenuti sempre da uve autoctone in purezza (Greco di Tufo e Aglianico).
Come non citare poi l’Asprinio di Aversa, l’antico vitigno maritato ai pioppi per alberate lunghe anche 15 metri che trova una delle sue massime espressioni  (sia metodo classico che charmat) nel Grotta del Sole Asprinio di Aversa Brut dell’azienda Grotta del Sole.

Spumante in Puglia è sinonimo di D’Araprì ed infatti questa azienda di San Severo in provincia di Foggia, oltre ad utilizzare i vitigni internazionali produce anche la fantastica Riserva Nobile con  uve Bombino Bianco in purezza.

Concludiamo questo viaggio immaginario attraverso la penisola approdando in Sicilia, e in particolare con il Carricante, uva autoctona della zona dell’Etna, da non perdere il Noblesse Brut dell’azienda Benanti. Non mi dilungo oltre, con la consapevolezza di aver citato solo i vini che conosco e che mi piacciono e ben sapendo che la realtà degli spumanti autoctoni Italiani è ovviamente molto più complessa è variegata di quella che ho dipinto io e che varrà la pena approfondire nelle prossime puntate. Rimanete sintonizzati!

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Degli incredibili spumanti di Aurelio Del Bono abbiamo già detto, ma, in Franciacorta, Casa Caterina non produce solo bollicine, ci sono anche dei vini fermi davvero notevoli che meritano la ribalta, uno di questi è  l’Estro (Viognier 40%, Marsanne 30%, Sauvignon blanc 30%) di cui ho avuto il grande piacere di degustare l’annata 2006. Il vino si presenta nel bicchiere con un bellissimo giallo dorato che fa presagire le isensazioni che  ci darà all’olfatto e al gusto. Al naso abbiamo grande complessità di profumi minerali, di frutto (albicocca, pesca, frutta tropicale) e piacevolissime  note mielate;  in bocca il vino è equilibrato, bella morbidezza e  bella acidità. In poche parole un vino davvero intrigante! Prossimamente chiederemo ad Aurelio quali sono state le motivazioni che lo hanno spinto a fare un vino di stampo dichiaratamente francese a Monticelli Brusati. Stay Tuned!

Dimenticavo……come nella tradizione di Casa Caterina produzioni limitatissime, la mia bottiglia era la 688 di 1000 prodotte!

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Roberto Cipresso è uno dei Winemaker più famosi del mondo, se dovessimo fare un parallelo con la musica rock potremmo dire che è famoso come Mick Jagger o Bono Vox, ed è proprio per questo motivo che mi sono meravigliato quando ha risposto (addirittura nel giro di pochi giorni) a tre domande che gli avevo inviato per pubblicarle sul blog.  Questo spazio web è nato da poco, non offre una grande ribalta, ma questo conferma un convincimento che ho da tempo e cioè che le persone davvero “grandi” e importanti, in realtà,  sono di un’umiltà straordinaria. Grazie Roberto!

Ecco l’intervista:

Molti parlano di una natura che ci sta lanciando segnali allarmanti, di  mutamenti climatici repentini e sconvolgenti: nei tuoi viaggi in tutto il  mondo, hai colto segnali simili nell’ ambito della coltura della vite che  possono andare ad incidere sulla qualità del vino o ritieni che siano  allarmismi ingiustificati?

Riguardo in generale alle possibilità di sopravvivenza e di coltivazione della vite, giudicherei del tutto ingiustificata qualsiasi preoccupazione; si tratta infatti di una specie molto plastica ed adattabile, in grado di trovare la propria strada anche con nuovi assetti climatici; certo, se tali previsioni dovessero avere effettivamente un riscontro, il panorama viticolo mondiale subirebbe degli sconvolgimenti, costringendo ad una nuova pianificazione delle varietà da impiegare e dei luoghi più adatti ad ospitarle, a tutto svantaggio di quelli che adesso risultano essere i terroir di elezione dei vitigni e dei vini più celebri del mondo. Senza sottovalutare le importanti conseguenze che il fenomeno potrebbe produrre, con imponenti ricadute anche sociali ed economiche, questi cambiamenti nell’attuale assetto potrebbero portare ad un’evoluzione per molti aspetti anche positiva; l’uomo sarebbe infatti costretto ad una nuova ricerca, mirata alla individuazione dei vitigni più adatti ad interpretare i nuovi areali viticoli, in totale libertà dagli attuali vincoli legati alla tradizione o alle mode momentanee.

Leggendo il capitolo Secondo Bicchiere di Vinosofia mi venivano in mente delle assonanze con il testo Brucia Troia di Vinicio Capossela: anche in questa  canzone il vino ha il compito di “Accendere gli ardori e obnubilare la paura”dei guerrieri. Alla luce di ciò, permettendomi forse un volo pindarico, non credi che il  vino, per chi è capace di interpretarne il significato più profondo, possa  essere Arte ed avere lo stesso potere evocativo della letteratura, della poesia e della musica?

Senza dubbio, e per molte ragioni; in primo luogo in quanto prodotto, per sua natura irripetibile, dell’azione combinata dell’ingegno umano e di fattori variabili ed incontrollabili come quelli connessi alla natura del suolo e alle condizioni climatiche; in secondo luogo in quanto elemento vivo, in continua mutazione, diverso in funzione del momento nel quale si decide di assaggiarlo; infine, quale componente ormai fondante della nostra cultura, legata in modo indissolubile alle altre espressioni artistiche ed in generale sovrastrutturali dell’attività umana.

Esiste un vitigno che ti ha sorpreso più di altri, per il quale hai avuto  magari una iniziale sorta di pregiudizio mentre, successivamente, visti i  risultati, ti sei dovuto ricredere?

Ogni qual volta mi avvicino ad un vitigno per me poco conosciuto scatta un meccanismo simile al pregiudizio, ma che in realtà deve essere letto come paura, rispetto per un elemento dotato di vita e caratteristiche proprie, da interpretare più che da controllare. Tra le varietà per me più sorprendenti vorrei comunque citare il Pignolo, vitigno friulano di grande orgoglio e dignità, l’irruenza del quale deve essere bilanciata da un intervento opportunamente calibrato, ed il Nebbiolo che, molto difficile da gestire, richiede un’attenzione contuinua e costante – per questo sono solito definirlo vitigno di vignaioli e non di winemaker -. Un altro vitigno molto particolare è infine il Grenache, altrimenti noto come Cannonau, Garnacha, Alicante o Tocai Rosso, varietà multiforme e camaleontica che credi di conoscere ma che è sempre pronta a stupire e a cambiare veste in funzione dell’ambiente di coltivazione.

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Rosamaro spumante brut

Sono ad Ostuni e sto girando tra i fornitissimi scaffali della Cantina e frantoio Sociale “Coopir De Laurentis”, la mia vacanza  non può finire se non torno a casa con qualche bottiglia dei miei adorati vini pugliesi, Botromagno, Vetrere, Polvanera,   gli eccezionali spumanti di D’Araprì e poi mi incuriosisce un rosè brut, chiedo lumi all’enotecario che mi dice solo è uno spumante fatto con uve Negroamaro in purezza, non aggiunge altro, io non insisto, approfondirò da me una volta a casa, intanto prendo la bottiglia! Dopo undici ore di viaggio è giusto regalarsi un momento defatigante e così ho messo il Rosamaro nel secchiello, ho atteso la giusta temperatura, e…sopresa!!! Ma quanto buono è questo spumante Charmat? Suadente, leggero, (11% vol), di estrema bevibilità, vino da aperitivo, che si abbina straordinariamente, oltre che ai piatti di mare, anche alle focacce pugliesi (cipolla e olive, pomodoro),  il vino è prodotto da Masseria Altemura di Agro di Torre Santa Susanna Salento, tenuta pugliese di Zonin, complimenti!

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