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Archivio per ottobre 2010

Three questions for Roberto Cipresso

Roberto Cipresso is one of the most famous Winemaker in the world.
Drawing a parallel, Cipresso can be considered as famous as Mick Jagger or Bono Vox in the world of rock music. For that reason, I was surprised when he answered to three questions (..and just in a few days!) that I posted in my blog for him.
I’m not so popular, I’m just a blogger..that confirm me an idea of mine: at the end of the day, a “Big”, a really important person is nothing else but a modest man.

Thanks, Roberto!

Here’s the interview:

Many people says Nature is showing alarming signs, such as sudden climatic changes: thanks to your travelling all through the wolrd, have you noticed similar signes also into the grape growing sector that could influence wine quality, or you think this is an unjustified alarmism?

About grapevine surviving and growing possibilities, I would say there is no need to be worried about; vine is a real adaptable species, able to find heri own way even in a new climatic setting.
Certanly, if those extimations are correct, vine’s world would suffer deeply, pushing itself to a new pianification, a new selection of grape varieties, distorting the election’s terroir of the grapevine and of the most important vine in the world.
Not underestimating consequences of such a climatic changing, with its serious social and economic effects,  I have to admit there could be also a positive consequence, a positive evolution; we would be forced to a new reserch to get the best grape for the new grapegrowing, free from the now-a-days tradition’s bonds or present trand.

Reading  charter “Secondo Bicchiere” of “Vinosofia” (Vinosofia is a second bestseller of Roberto Cipresso),  I felt some similarities with “Brucia Troia”, a Vinicio Capossela song (Vinicio Capossela is a wonderful Italian artist): even in this text, wine has the job of enlighting ardor and obscuring warrior fear”.
For that, don’t you think wine could be considered an Art, with the same evocative power of the letterature, poem or music?

Sure, it should be without any doubt, and for many reasons! First of all, becuse wine is something unique, unrepeatable, made by human intelligence and nature. Second point, wine is something alive, constantly changing, different in each moment in taste it. And also wine is part of our colture, closely connected to other artistic experssions.

Does any grape variety soprised you more thant others? A varity you distrusted at the beginning but in the and you had to change your mind.

Every time I find a new grape variety, still unknown for me, I’ve got a sort of  prejudice, fear of something that has got its own life, and its own pecularities you have to interpret more than control.
From among several surprising varieties, I would like to mention Pignolo, a Friuli grape variety, prideful and dignified, with so much vehemence you have to balance with an appropriate operation, and Nebbiolo, a really difficoult wine to handle, that needs a continously attention – for that reason, I usually call it grape of vine grower but not of winemaker.
Another particolar and multiform grape variety is Grenache, also known as Cannonau, Garnacha, Alicante or Tocai Rosso. When you think you got it, it surprise you by changing and according itself to the growing ambient.

Translated by Paola Camber

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La straordinaria vocazione “bianchista” delle terre Friulane è notoria, meno si sa della qualità dei rossi che in alcuni casi sono in grado di raggiungere vette davvero inaspettate; sto parlando COF Merlot Sottocastello dell’azienda Vigna Traverso di Prepotto in provincia di Udine. Siamo nei Colli Orientali del Friuli ed è qui che nel 1998 Stefano e Giancarlo Traverso con Ornalla Molon (nota famiglia di vignaioli Veneti) hanno acquistato 45 ettari di cui 22 dedicati a vigneto. I vitigni coltivati, a bacca bianca, sono: Pinot Grigio, Friulano, Souvignon, Ribolla Gialla, Chardonnay mentre a bacca rossa abbiamo il Cabernet Franc, Refosco, Merlot e Schioppettino (Ribolla Nera), per una produzione totale di sessantamila bottiglie. La qualità media dei vini traverso è piuttosto elevata, con uno Schiopettino e un Sottocastello bianco davvero notevoli,  ma è con Merlot in purezza, prodotto in circa quattromila esemplari  che si può raggiungere “L’Altrove” di Fernando Pessoa e per un rosso friulano non è cosa da poco.

Note di degustazione

come già il nome evoca, sottobosco, terra umida, muschio, cacao e caffè. Un vino di grande equilibrio con tannini elegantissimi.
Una curiosita: Due anni fa, quando ho fatto visita all’azienda, la nuova e bellissima cantina, incastonata nei colli, con una magnifica vista sulle vigne, era ancora in costruzione, poi non sono più passato da quelle parti e non so se l’opera è stata completata, il sito non ne da notizia, mi sa che devo andare a verificare di persona…….

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Qualche mese fa, nel post dove parlavo di Cantina degli Astroni e dei suoi ottimi vini, mi ero ripromesso di approfondire la viticoltura dei Campi Flegrei; l’occasione mi si è presentata subito, incrociando casualmente due gran bei vini (Falanghina 100%) della Cantina “La Sibilla” di Bacoli.  I Campi Flegrei sono una vasta area di origine vulcanica situata a nord-ovest della città di Napoli; la parola “flegrei” deriva dal greco “flego” che significa “brucio”, “ardo”. Nella zona vi sono ancora oggi ventiquattro tra crateri e siti vulcanici, alcuni dei quali emettono gas (area della Solfatara) o di natura idrotermale (Agnano, Pozzuoli). I Campi Flegrei per secoli sono stati una tappa fondamentale per chi veniva a visitare l’Italia; infatti, ancor prima della scoperta di Ercolano e Pompei, erano luoghi dove era possibile visitare ville e monumenti dell’antica Roma e dove si avvertiva la presenza dei miti dell’epica greca (Omero). Abbandonati i panni di Alberto Angela, riprendo il discorso sulla viticoltura riportando alcuni dati del disciplinare: La DOC Campi Flegrei è del 1994 e prevede la possibilità di produrre i seguenti vini: Campi Flegrei bianco (falangina 50-70%, biancolella e/o coda di volpe 10.30%); Campi Flegrei rosso (piedirosso o per è palummo 50-70% aglianico e/o sciascinoso 10-30%); Campi Flegrei falangina (falangina 90% minimo); Campi Flegrei piedirosso o per è palummo (piedirosso 90% minimo); con un invecchiamento minimo di 24 mesi, è ammessa la dicitura riserva. Il piedirosso è un vitigno a bacca rossa di origini antichissime (Plinio ne parla nel Naturalis Historiae) e viene accostato a vitigni quali il dolcetto piemontese o al friulano refosco dal peduncolo rosso, ma nei Campi Flegrei, data la natura vulcanica del terreno, si esprime con caratteristiche del tutto particolari che lo rendono unico. La falanghina “verace” così detta nell’area Flegrea per distinguerla dalla sua omonima “mascolina” diffusa nell’avellinese,  è coltivata nel 90% dell’area viticola e viene per tradizione vinificata in purezza; come ovviamente la famiglia Di Meo proprietaria della Cantina “La Sibilla”, che deve il suo nome alla sacerdotessa di Apollo che nel suo misterioso e affascinante antro prediceva il futuro a chi la interpellava. Ho avuto la fortuna di degustare il Campi Flegrei Falanghina, vino che affina in acciaio per nove mesi sur lies, dai profumi intensi con delle note minerali dovuti al terreno vulcanico e con una sapidità davvero particolare e il Cruna Delago (sempre 100% falanghina), cru dell’azienda,  affinato sur lies in acciaio per sei mesi, al quale il suolo vulcanico ha conferito una intensa e affascinate sapidità. Il pesce (dalle crudità, al grigliato, al forno,) trova con questi due vini la sua massima esaltazione. Come diceva quell’illustre cantautore partenopeo nel 1973: “Gente che passa, che suono che fa… non è un paese, non è una città. Ma era dolce, era dolce per me…quella strada mi è cara, la più cara che c’è……. Campi Flegrei!

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Valle della Loira, ad est la città di Vouvray, terra d’elezione dello Chenin Blanc, un vitigno spesso sottovalutato, ma dalle potenzialità davvero notevoli;  il domain è “Vigneau-Chevreau” fondato nel 1875 e che dal 1995 lavora secondo i principi della biodinamica.  Michel Vigneau ha interpretato  magistralmente le qualità del vitigno (elegante, delicato, con interessanti qualità gusto olfattive, specie in affinamento) producendolo in quattro tipologie: Spumante (pètillant), secco (sec), demi sec e dolce (molleaux). Ho travato nel Vouvray demi-sec “Clos Vaux” 2008 l’abbinamento perfetto con i piatti autunnali a base di zucca, in particolare, davvero intrigante con la  “zucca in saor”, piatto della cucina veneta che rilegge il più famoso “sarde in saor”. La preparazione del saor prevede l’utilizzo della cipolla condita con aceto, uvetta, pinoli e spezie che si uniscono alla dolcezza della zucca e   trovano nelle caratteristiche organolettiche di questo vino un compagno ideale. Dimenticavo….notevole anche la versione secca “Vouvray sec “Clos de Rougemont” 2008″.

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Ho imparato nel tempo che non esiste la Franciacorta, o meglio non esiste una Franciacorta unica, ma convivono, in alcuni casi  contrapponendosi, realtà molto sfaccettate: c’è la Franciacorta commerciale, del marketing esasperato che alla fine produce vini da batteria, fatti in serie, che fai fatica a finire la bottiglia, anzi diciamo pure  il bicchiere; poi c’è la Franciacorta di lucida ed emozionate follia di quella grande persona che è Aurelio Del Bono; poi ci sono il rigore morale e  l’etica  di Giulia Cavalleri  che ci regala vini straordinariamente romantici e poi c’è una Franciacorta meno urlata, quasi timida, che devi proprio andartela a cercare per trovarla ed è la Franciacorta di “ Cà del Vènt”. La cantina si trova a Campiani di Cellatica in una zona che abbraccia due denominazioni: la poco conosciuta  DOC “Cellatica” e la celebre DOCG “Franciacorta”. Nel 1994 Paolo Clerici e Massimo Fasoli decidono di fare vino intraprendendo un percorso personale, lontano dai clamori del mercato, fatto di attese, rinunce, sconfitte,  successi, in poche parole un approccio che loro definiscono da “Artigiani”. A Cà del Vènt,  è stato fatto un grande lavoro di zonazione che ha portato all’identificazione di sei Cru (lo so….sto diventando noioso, adesso ci vorrebbe una barzelletta, ma non so raccontarle, se volete vi faccio cucù da dietro una colonna…..): Vigneto “Tenuta Campiani” per le varietà Cabernet, Merlot e Nebbiolo; il vigneto “Livello (Carlo Magno) per lo Chardonnay, piantato nel 1970 che, data l’età, costituisce la base per i Franciacorta; il vigneto “Mestriner & Bolzoni” per Barbera, Marzemino, Incorcio Terzi n°1 e Schiava Gentile (come da disciplinare per la DOC Cellatica); vigneto “Marelli” e “Degara” per lo Chardonnay e il vigneto “Monte” che è  è il più piccolo vigneto di Cà del Vént ed è collocato all’interno di un bosco. Data la sua particolarità, in  grado di conferire una grande complessità di aromi, è destinato alla produzione del millesimato “Sospiri”.  Il progetto “Cà del Vènt” non è solo vino, infatti, proprio perché fare il vino buono è arte e l’arte è contaminazione, tra le vigne è possibile ammirare uno dei più importanti musei in Europa di arte contemporanea all’aperto, con opere progettate appositamente per quel luogo; alcuni vini prodotti dall’azienda hanno preso a loro volta il nome dalle opere più significative, “Clavis”, “Ubiqua”, “Sospiri”.Cà del Vènt  produce tre linee, Cellatica DOC, Terre di Franciacorta DOC e Franciacorta DOCG, oggi parliamo solo delle bollicine, più in la nel tempo, se saremo ancora qui (segue gesto scaramantico…!!!), parleremo anche degli altri vini. Diciamo subito che i tre “Franciacorta” non si svelano subito, bisogna saperli aspettare un po di tempo nel bicchiere, poi arrivano grande complessità aromatica e mineralità,   che si ritrovano sia al naso che in bocca, con un finale di notevole persistenza. Ho trovato molto interessante anche il Saten che personalmente non amo particolarmente.

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Porta del Vento

Camporeale  provincia di Palermo, Strà provincia di Venezia, 1435 km, in mezzo c’è l’Italia con le sue mille contraddizioni ma anche con le sue meraviglie. A Camporeale c’è l’azienda agricola Porta del Vento, a Strà  c’è “In Villa Veritas” una manifestazione organizzata dall’enoteca “La mia cantina di Padova”;  ed è là, nella bruttura della campagna urbanizzata del Veneto (come direbbe Marco Paolini), dove ogni tanto spunta una meravigliosa Villa settecentesca (in questo caso Villa Foscarini – Rossi),  che incontro Marco Sferlazzo e la sua deliziosa moglie. La loro azienda  “Porta del vento”, fa parte del circuito di Vin Natur, quindi  siamo nell’ambito dei vini naturali che tanto fanno discutere, gioire e a volte tribolare noi appassionati .  Per i tecnici all’ascolto diciamo che siamo nelle DOC di Alcamo e di Monreale, gli ettari di vigneto sono una decina  impiantati tra il 1974 ed il 1985 e il terreno è di natura sabbioso leggero su una crosta di calcare. Il luogo è particolarmente ventoso (che derivi da ciò il nome dell’azienda???) con forti escursioni termiche. Non vengono usati prodotti di sintesi, non vengono effettuate concimazioni, si cerca di mantenere soltanto l’equilibrio delle erbe spontanee, con particolare attenzione alla biodiversità, a cui contribuisce l’indispensabile lavoro delle api. La resa è bassissima, meno di trenta quintali per ettaro e  le pratiche di cantina naturalmente sono ridotte al minimo, si travasa il meno possibile e non si filtra. Nel 2008 la produzione  è stata di diciottomila bottiglie. Ho avuto il piacere di assaggiare quasi tutta la gamma e devo dire che la qualità dei prodotti è davvero notevole, ottimi vini di territorio che vedono, nel suntuoso Cataratto “Saharay 2008”, la realizzazione del vino naturale sognato; un vino coraggioso, poetico, emozionante.

I Vini:

Cataratto “Porta del Vento 2009” (vitigno 100% Cataratto bianco, fermentazione in vasche d’acciaio inox, affinamento sei mesi in vasca di acciaio e sei mesi in bottiglia, 12% Vol), bella sapidità e acidità

Cataratto “Porta del Vento 2008” (vitigno 100% Cataratto bianco, fermentazione in vasche d’acciaio inox, affinamento sei mesi in vasca di acciaio e sei mesi in bottiglia, 12% Vol),  gran bel vino, sapido e minerale, bella freschezza e acidità è ancora un giovanotto, tra qualche anno potrà regalare delle belle emozioni
Perricone “Maquè rosè 2009” (Vitigno 100% Perricone vinificato in bianco, fermentazione in vasche d’acciaio e affinamento in botti di rovere da 25 hl, 12% Vol.), matrimonio d’amore con le crudità di mare

Perricone “Maquè rosso 2009” (Vitigno 100% Perricone, fermentazione spontanea in piccoli tini di rovere affinamento in botti di rovere francese da 25 hl, 14% Vol.)

Perricone – Nero d’Avola “Maquè 2009” (Vitigni: 80% Nero D’Avola e 20% Perricone,  fermentazione in tini di rovere da 50 hl aperti  e affinamento in tini di rovere da 50 hl, 13% Vol.)

E per finire, il capolavoro, Marco Sferlazzo lo serve per ultimo perchè non lo puoi mettere ne tra i bianchi ne tra i rossi, è un vino altro:

Cataratto “Saharay 2008” (100% Cataratto Bianco, 13% Vol.).  Fermentazione sulle bucce per trenta giorni in tini aperti senza controllo di temperatura e ovviamente senza solforosa né lieviti estranei,effettuando la follatura a mano tre volte al giorno prima della spremitura soffice in un torchio manuale. L’affinamento avviene in botti di rovere da 25 hl per un anno. Colore dell’ambra,  straordinario per complessità dei profumi.

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Le vigne di Zuani

Marzo del 2004, enoteca “Al Campanile” di Portoguaro,  Patrizia Felluga presenta,  ad un pubblico, non so quanto davvero consapevole dell’importanza dell’evento,  l’annata 2003 dei suoi due vini, il “Zuani Vigne” e il “Zuani Zuani” ottenuti da quel cru che è appunto la collina di Zuani in località Giasbana a San Floriano del Collio.  Tra gli estimatori del progetto “Zuani”, all’epoca neonato, il  grande Luigi Veronelli che subito ne  aveva capito il grande potenziale. Ovviamente me ne innamoro ma dalle mie parti  il vino è di ficcile reperibilità, nemmeno l’enotecaro, al quale avevo ordinato qualche bottiglia, si fa più sentire,  è l’oblio! Sono dovuti passare  sei anni per ritrovare i vini Patrizia Felluga, ma sono dovuto andare direttamente alla fonte. La cantina di Patrizia Felluga e dei suoi figli, si trova proprio sul cucuzzolo della collina, circondata dai vigneti di Tocai Friulano, Chardonnay, Sauvignon e Pinot Grigio che sono poi i vitigni che andranno a costituire l’uvaggio per entrambi i vini.

Dalla sala di degustazione,  aprendo una porta scorrevole,  c’è una meravigliosa vista che ti fa comprendere che se è esistito  il paradiso terrestre poteva avere solo quelle fattezze lì. Patrizia, gentilissima, ma che non si perde certo in convenevoli,  versa i vini  e racconta.  Per primo il  “Zuani Vigne”, il top wine, il  super white (ebbene si maledetto Parker o era Carter…, come diceva quel personaggio di Alan Ford?), premiatissimo da tutte le guide, anche  il monumentale (in tutti i sensi) Gèrard Depardieu,  all’ultimo Vinitaly, lo ha definito “l’esaltazione massima dei sensi”; grande complessità di profumi floreali e di frutta, mineralità spiccata, fa solo acciaio ed ha un rapporto qualità prezzo strepitoso, un vino grandioso. Poi Patrizia versa il “Zuani Zuani”, anche lui super premiato ma meno “perfetto” del Zuani Vigne, ma proprio per questo più intrigante, più affascinante,  con la sua straordinaria nota agrumata (Patrizia parla di Sicilia) al naso e in bocca e la persistenza infinita. A differenza del Zuani Vigne viene affinato in botticelle di rovere francese che gli conferiscono un bell’aroma di tostatura a dimostrare che la barrique non è il male assoluto come i modaioli “al contrario” adesso si ostinano a dire.   Patrizia mi saluta donandomi  uno splendido volume sulla storia di suo padre,  Marco Felluga, il pioniere…., io me ne vado con due cartoni  e così tra questa immensità s’annega il pensier mio: e il naufragar m’è dolce in questo mare!

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