Feeds:
Articoli
Commenti

Archivio per febbraio 2011

Dire che il Merlot sia un autoctono friulano è ovviamente una provocazione che però ha permesso di dibattere, in maniera davvero intelligente, in una preziosa tavola rotonda svoltasi nel novembre scorso a “Ein Prosit”, Il principale evento enogastronomico del Friuli Venezia Giulia dedicato ai vini da vitigno autoctono italiani e internazionali che si svolge ogni anno nel mese di Novembre a Tarvisio. D’accordo, il merlot è francese, ma provate a chiedere a un anziano avventore di una qualsiasi osteria friulana da dove viene il Merlot, vi guarderà sicuramente in modo strano e dopo aver abbondantemente imprecato, vi risponderà che il merlot (pronunciato, proprio così come si scrive), senza il minimo dubbio, è un vitigno autoctono (naturalmente il linguaggio sarà più aulico). Possiamo dargli torto fino in  fondo? Il vitigno Merlot è stato introdotto in Friuli nel 1869 dal Conte francese Teodoro de La Tour e da allora si è talmente radicato che in Friuli, ma anche in Veneto, si fatica a immaginare che questo vitigno sia il comprimario dei lussuosi vini di Bordeaux.  È incredibile il merlot, capace di raggiungere livelli di eccellenza ma anche di ridursi a vinaccio da bettola, a vino super economico da supermercato. Naturalmente vi parlerò di alcuni Merlot, tra quelli degustati di recente, che ritengo rappresentino l’eccellenza del Friuli Venezia Giulia (e della vicina Slovenia); ovviamente è solo il mio punto di vista, il dibattito è aperto!

Le origini del Merlot in Italia: La cantina Villa Russiz
Nel 1869 il Conte francese Teodoro de La Tour fondò assieme alla moglie austriaca Elvine Ritter l’azienda agricola Villa Russiz portando dalla allora lontana Francia le nuove tecniche di coltivazione della vite. Per prima cosa cercò di cambiare le varietà autoctone, non adatte per una grande enologia, con quelle più pregiate, importando dalla Francia, il Pinot, il Sauvignon, il Merlot ecc. Anche le tecniche di vinificazione cambiarono: costruì infatti una meravigliosa cantina a volte, completamente interrata che ancor oggi rappresenta il fiore all’occhiello di Villa Russiz. I vini cominciarono a diffondersi in varie parti d’Italia e d’Europa raggiungendo le più importanti mense dei regnanti di allora. Nel 1894 il Conte de La Tour morì lasciando alla moglie la responsabilità della coltivazione della vite. Intervennero anche gli eventi bellici e così Elvine decise di lasciare l’azienda al governo italiano (infatti fino all’epoca il territorio apparteneva all’Austria) che la eresse in Ente Morale.

Merlot Contea 2006 – Valter Sirk
Nonostante l’annata fredda (Valter Sirk dice estrema), un gran bel merlot, naso intrigante, molto morbido, tra qualche anno sarà in grado di stupire ancora di più

Merlot 2006 Magnum – Simon di Brazzan
Affinato per 12 mesi in botti di rovere da 5 ettolitri (tonneau) e 2,27 ettolitri (barrique), splendido naso speziato, grande morbidezza e persistenza che non finisce.

Merlot Vistorta 2003  Magnum – Conte Brandolini D’adda
Terza vendemmia da uve merlot in purezza, annata estremamente calda ma, nonostante questo, bellissimo naso di creta e sottobosco e notevole freschezza. Vino nato grazie alla collaborazione di Georges Pauli (enologo di Chateau Gruaud Larose).

Merlot Graf de la Tour 1998 – Villa Russiz
Da una annata povera, con grandi piogge, si è riusciti a mantenere le uve in perfetto stato sanitario, un bellissimo naso, grande struttura, migliorerà ancora!

Read Full Post »

E’ emozionante pensare che nel momento  in cui stai bevendo una bottiglia di vino si compia anche l’atto finale della sua esistenza; bevi, la bottiglia si svuota, il vino lentamente scompare, ma è proprio questo il momento sublime dove puoi, come in una sorta di montaggio, mettere insieme le immagini della storia che l’ha originato, una storia fatta di terra, di mani che l’hanno lavorata, di attese, di paure e ripensamenti, d’amore. Mentre assaggiavo i vini di Marko Fon ho pensato a questo; ho pensato che la poesia, non si esprime necessariamente con le parole, si può esprimere con la musica, ma si può esprimere anche facendo un vino. Marko Fon è un poeta contemporaneo, i suoi vini ti mettono con le spalle al muro e ti fanno cambiare radicalmente prospettiva, segnano un punto di non ritorno; dopo bere un’altra Malvasia, una Vitovska, un Terrano sarà difficile, arduo il paragone; forse solo Marco Tavcer, un altro grandissimo produttore del Carso Sloveno, è in grado di sostenere il peso del confronto.

Marko Fon l’eretico, consapevole che la spasmodica ricerca del guadagno facile sta rovinando anche il Carso (sloveno o italiano che sia); le sue sono scelte radicali, senza compromessi, quattro ettari, cinquemila bottiglie di vino che si vendono subito e per mesi non ci sono entrate, ma nonostante tutto si vive con grande dignità; merce rara di questi tempi, la dignità dei contadini di una volta, che lavorano duro, che con la terra hanno un rapporto di amore e di odio. Per Marko la terra è tutto, l’uomo deve contare relativamente, il vino non può legarsi a un nome, a un marchio; chi verrà dopo di me, dice Marko, deve essere in grado di fare lo stesso vino, è la terra che comanda! Appena arrivati ci ha chiesto se prima di assaggiare i suoi vini avevamo tempo da dedicare alla terra, per visitare i vigneti, per capire la differenza tra le pietre del Carso, per capire che gli uccelli sono parte integrante dell’ecosistema e vanno rispettati, anche se mangiano l’uva di un discreto pezzo di vigna!
Ritorniamo a casa di Marko, decidiamo di degustare in cortile, non fa freddo, è il 3 febbraio ed è una splendida giornata di sole!

Vini degustati
Malvazija 2009 dai vigneti più giovani, minerale e sapida, prima volta in acciaio, fantasticamente complessa, il 23, 24 e 25 ottobre faceva freddo, Marko ha lasciato la pressa nel cortile………..
Malvazija 2008 riserva, dai vigneti vecchi, non una grande annata secondo Marko, ad ogni modo grandissima complessità, l’uva arriva dal vigneto a Pergola, da uno vecchio vigneto Franco di Piede di cento anni , e da un vigneto più giovane allevato a Guyot
Malvazija 2009 da un vigneto di 100 anni a piede franco (senza parole)
Malvazija Riserva gran cru 2009, ancora in botte. È  la prima riserva dopo l’annata 2003anon avere una  parte di uva appassita, le  riserve di Fon fanno sempre un 15-20% di appassimento
Vitovska 2009
Teran 2009

La mia lingua, ogni atomo di sangue, fatti da questo  suolo, da quest’aria, nato qui da genitori nati qui e così i loro padri e così i  padri dei padri, accolgo la natura nel bene e nel male, lascio che parli a caso, senza controllo, con l’energia originale.
(Walt Whitman)

Terra rossa terra nera, tu vieni dal mare, dal verde riarso,dove sono parole antiche e fatica sanguigna e gerani tra i sassi ‒ non sai quanto porti di mare parole e fatica, tu ricca come un ricordo, come la brulla campagna, tu dura e dolcissima parola, antica per sangue raccolto negli occhi; giovane, come un frutto che è ricordo e stagione ‒
(Cesare Pavese)

Read Full Post »

Puglia, la mia terra! Ricordo ancora con dolce nostalgia quando, con macchine improponibili e con un caldo yemenita, percorrevo i mille chilometri che separavano la piccola città del nord industriale dove abitavo al paese dei miei nonni. Quando dopo dieci ore di A14 entravi in Puglia, a Poggio Imperiale, t’illudevi di essere arrivato, ma cerano ancora duecento cinquanta chilometri da fare. La Puglia della mia infanzia era ancora una terra aspra, oggi qualcosa è cambiato: lo so all’ILVA si muore e l’aria di Taranto è piena di veleno, ma c’è stato anche un grande salto culturale e sociale innegabile; un omosessuale cattolico e comunista è diventato governatore (nemmeno fossimo in Finlandia), economia in grande crescita, attenzione all’ arte, e alla musica, giovani pieni d’idee, un grande laboratorio in fermento. E il vino? Dal vino da taglio che arrivava al nord (il rosso che faceva mio nonno per uso casalingo sporcava irrimediabilmente il bicchiere da quanto era consistente), il “mjere” è diventato vino di gran pregio, con realtà vitivinicole di prim’ordine. Oggi quando dopo dieci ore di A14 (non è cambiato niente, anche se le macchine sono più veloci e hanno l’aria condizionata) entro in Puglia so che dopo appena trenta chilometri posso fare una sosta a San Severo e visitare la cantina d’Araprì che fa spumante metodo classico tra i più intriganti e interessanti d’Italia, ed è una gioia indicibile pensare che vengono dalla mia Puglia!

Le origini di d’Araprì
Girolamo D’Amico, Louis Rapini e Ulrico Priore, dalle  cui iniziali del cognome deriva “d’Araprì”, sono tre amici jazzisti con una grande passione per il vino che hanno ereditato dai genitori;  per gioco e per scommessa  decidono  di produrre spumante metodo classico  a San Severo nel cuore della Daunia.

Posizione Geografica e Clima
I vigneti di d’Arapri godono di un microclima ideale per la coltivazione dell’uva a bacca bianca, infatti sono protetti dalla Maiella e gono dell’influsso della notevole ventilazione che arriva dal Gargano ; I terreni su cuisono impiantati i vigneti  sono di natura argilloso-calcarea e sono costituiti mediamente dal 30% di sabbia, 24% di limo e 46% di argilla; ben dotati di calcare e sostanza organica, possiedono una elevata capacità idrica consentendo così una regolare maturazione dell’uva. Su questi terreni le uve maturano lentamente, senza sbalzi improvvisi, mantenendo un elevato grado di acidità e preservando le componenti aromatiche.

Il Bombino bianco
La leggenda narra che i Cavalieri Templari  di ritorno dalle crociate si fermarono a San Severo e piantarono  il Bombino, un vitigno a bacca bianca,  di grande finezza e longevità che oggi d’Araprì utilizza in gran parte per le sue cuveè insieme al Montepulciano. I grappoli di uve scelte e selezionatevengono raccolti in piccoli recipienti e trasferiti in cantina per le operazioni di spremitura soffice e preparazione dei vini base.  Verso la fine dell’inverno di ogni anno si valutano le caratteristiche dei vini ottenuti da Bombino Bianco, Pinot Nero e Montepulciano e si decide in quali proporzioni si uniranno tra loro  per ottenere una “cuveè” che rappresenti lo stile d’Araprì.

Read Full Post »

Nel 1972 con la pubblicazione di “Empirismo eretico”, Pier Paolo Pasolini, rispetto ai grandi temi della passione e dell’ideologia cercava un approccio polemico, provocatorio, meno accomodante verso il suo tempo e nei confronti dei veloci mutamenti che lo caratterizzavano. Oggi a quarant’anni di distanza Paolo Casalis con il suo documentario “Langhe Doc – Storie di eretici nell’Italia dei capannoni” in maniera meno veemente rispetto al grande poeta friulano, ma sicuramente non meno intelligente, ci racconta che c’è ancora qualcuno che ha voglia di eresia, qualcuno che con le sue scelte controcorrente ci costringe ad aprire gli occhi prima che sia troppo tardi, prima che succeda l’irreparabile.

Sinossi

Tre personaggi, tre produttori di cibo, tre “eretici” perchè pensano e agiscono in modo diverso rispetto agli altri, per raccontare un unico territorio, le Langhe, universalmente riconosciute come uno dei luoghi più belli d’Italia, di recente candidato a diventare “Patrimonio dell’Umanità Unesco”. Ciononostante, l’urbanizzazione, la cementificazione, il progressivo abbandono delle aree e dei mestieri meno redditizi rischiano di trasformare le Langhe nell’ennesimo tassello di quella che in ”Langhe Doc“ Giorgio Bocca definisce “l’Italia dei capannoni”.
Quelle di Maria Teresa Mascarello, Silvio Pistone e Mauro Musso sono storie di chi ha intravisto un futuro che non gli piaceva e lo ha rifiutato. Piccole sfide in cui tuttavia è possibile intravedere una dimensione ben più ampia; sfide ancora aperte, non ancora del tutto vinte e che forse non lo saranno mai:loro si muovono in una direzione, il mondo in un’altra, del tutto opposta.

Personaggi

Maria Teresa Mascarello (e il padre Bartolo Mascarello, morto nel 2005, attraverso l’impiego di materiale d’archivio)
Figlia unica di Bartolo Mascarello, leggendario patriarca del Barolo, strenuo difensore del vino tradizionale, ottenuto senza l’impiego di tecnologie moderne e senza piegarsi alle mode, Maria Teresa ha studiato a Torino, dove si è laureata in Lingue e Letteratura Straniera.
“Fino a vent’anni non riuscivo nemmeno a farle assaggiare il vino con un dito”, ricorda in un filmato d’archivio Bartolo Mascarello, che avrebbe voluto che la figlia restasse in Langa e frequentasse la scuola enologica.
Oggi Maria Teresa, tanto esile e minuta quanto determinata e combattiva, conduce da sola l’azienda famigliare e continua a produrre vino nella cantina di Barolo,“Come faceva mio padre, e mio nonno prima di lui”.

Silvio Pistone
Pantaloni militari, camicia da montanaro, capelli lunghi, sigaretta arrotolata a mano perennemente accesa.
Silvio si presenta così a clienti e visitatori della Cascina Pistone, a Borgomale, paese di alta Langa a circa 20 km da Alba. Qui ha costruito una casa, per la moglie e i due figli, e una stalla, per cinquanta pecore di Langa da cui produce formaggi dal gusto unico che vende a clienti privati e ristoranti.
Passionale, istintivo, testardo, Silvio è orgoglioso delle sue scelte e vuole spingersi ancora un gradino oltre.Il suo sogno è quello di riuscire a fornire più prodotti, altre agli attuali formaggio e pane, di riuscire a fare vivere di questo lavoro tutta la famiglia, compresa la moglie che oggi lavora in un grande stabilimento di Alba.
La sua ultima sfida è quella di fare il pane “Esattamente come si faceva una volta”, con una varietà di semi tradizionale, senza trattamenti nè pesticidi, addirittura ricorrendo a vecchie macchine agricole degli anni ‘30.
Silvio è un sognatore, ma estremamente concreto, con i piedi ben ancorati per terra.

Mauro Musso
La storia personale di Mauro Musso è legata a doppio filo ai temi della produzione e distribuzione alimentare. I suoi genitori avevano un allevamento intensivo di polli, spazzato via dall’alluvione in Piemonte nel ‘94; da allora, Mauro ha lavorato in un ipermercato della grande distribuzione, fino a quando per lui non è sopraggiunto un inaspettato licenziamento.
Dapprima per scherzo e per pochi amici, poi sempre più seriamente, Mauro ha incominciato a fare in casa i tajarin, la pasta tradizionale delle Langhe. Oggi la sua “Casa del Tajarin”, di cui è proprietario nonchè unico dipendente, produce svariati tipi di pasta, a partire da ingredienti selezionati di altissima qualità.
Mauro viveva in quello che oggi è diventato il suo laboratorio e negozio, ed è tornato a vivere con i genitori e l’anziana nonna. Odia i supermercati, e sta cercando con tutte le forze la propria rivalsa personale.

Giorgio Bocca
Giorgio Bocca è uno dei più importanti giornalisti e scrittori italiani. Originario della campagna cuneese, è stato a lungo partigiano in Langa, dove vive sua figlia e dove si reca ogniqualvolta gli è possibile. Stimatore e conoscitore delle Langhe, amico personale di Bartolo Mascarello e di altri “grandi di Langa”; da sempre voce critica degli eccessi del progresso e dello sviluppo del nostro Paese, al punto che la sua storica rubrica sull’ Espresso si intitola “L’Antitaliano”.
A lui, memoria storica di una Langa che non esiste più e attento osservatore dei giorni attuali, il compito di dipanare il contesto in cui si muovono Silvio, Maria Teresa e Mauro. A lui il compito di delineare gli scenari futuri delle Langhe, tra atteggiamenti passatistici e sviluppo sfrenato, candidature all’Unesco e denunce di scempi edilizi e ambientali.

Il Film (racconta Paolo Casalis)
L’idea di “Langhe Doc” me la portavo dietro da un paio d’anni.
Il mio lavoro precedente, “Il Corridore”, realizzato con Stefano Scarafia, ne conteneva in sé alcuni elementi (il rapporto con la natura, il paesaggio, il conflitto sviluppo/ambiente) poi necessariamente accantonati per via della potenza della storia personale e sportiva di Marco Olmo. Sapevo cosa volevo raccontare, ma mi mancavano i protagonisti del racconto.
A inizio 2010 ho letto, quasi per caso, un post del blog personale di Federico Ferrero, Alba Tragica, in cui raccontava il suo ritorno ad Alba da milanese acquisito, tra palazzoni ed edilizia popolare, né più né meno che la periferia di Milano. Dall’incontro con Federico (che inizialmente volevo come personaggio del film, ma poi per sua fortuna è riuscito a salvare la privacy) è arrivato il primo nome: Mauro Musso, un ex dipendente della grande distribuzione che si era messo a produrre tajarin (le tagliatelle piemontesi) in proprio. A cascata, Mauro mi ha parlato di Silvio, “un altro matto come me”, e nel giro di una settimana ho conosciuto anche questo Rambo ecologista, fuggito nei boschi con le sue cinquanta pecore.
Di Maria Teresa, invece, avevo delle notizie in famiglia, sbocciate nel nostro incontro. Per lunghi mesi Maria Teresa è stata un personaggio “in sospeso” perché gliel’avevo combinata grossa, dando buca per ben due volte consecutive al fatidico incontro dell’intervista; in poche parole, avevo esaurito la sua pazienza ancor prima di incontrarla, ma dopo alcuni mesi di “sbollitura” sono poi riuscito a recuperare i rapporti e lei, come già Mauro e Silvio, si è dimostrata persona aperta e disponibilissima. Un discorso a parte merita l’incontro con Giorgio Bocca. Volevo a tutti costi intervistarlo perché conosce profondamente e ama le Langhe e perché è una delle poche voci della cultura italiana che ha individuato i pericoli e le difficoltà del nostro rapporto con il territorio ed il paesaggio (“l’Italia dei capannoni” è una sua definizione, concisa e aspra come suo solito). Senza santi in paradiso, ho fatto la cosa più semplice: ho cercato il suo nome sull’elenco telefonico e l’ho chiamato a casa. Mi ha risposto con un tono austero, che però si è sciolto non appena ha appreso delle mie origini lamorresi.”Va bene, per quelli della provincia di Cuneo va sempre bene”.

La Realizzazione (racconta Paolo Casalis)
Dal punto di vista realizzativo “Langhe Doc” è forse un film atipico.
Nel descriverlo trovo più punti in comune con l’immagine del pittore, che da solo si addentra nel paesaggio con il cavalletto e la tela, che non con il grande cinema, quello fatto di maestranze, carrelli e grossi budget. E’ il mio modo di filmare, e non avrei comunque potuto fare altrimenti.
Per quasi un anno, a intervalli regolari, mi sono concesso piacevoli gite in langa, a trovare Mauro, Silvio e Maria Teresa e a riprendere i paesaggi innevati, il grano che cresce, la battitura, la vendemmia. Senza alle spalle una vera e propria scrittura, registravo elementi del paesaggio e delle vicende dei miei “eroi”. Fin dall’inizio, mi era chiaro che non avrei raccolto delle storie concluse, non avrei raccontato, come da manuale del documentario, “l’evoluzione di un personaggio”. E infatti i ritratti dei protagonisti sono parziali, così come quello del paesaggio, che necessariamente non poteva contenere tutti i luoghi e gli aspetti delle Langhe. E tuttavia mi sta bene così. Mi sta bene che le storie di Maria Teresa, Mauro e Silvio abbiano un finale aperto, che talvolta i concetti siano solamente abbozzati, che il paesaggio sia raccontato attraverso piccoli blocchi (gli Intervalli) di immagini e musiche create da Giorgio Boffa, amico e compagno di giochi dai tempi dell’infanzia (anche su questo aspetto, un bel ritorno alle origini).
Mi sta bene perché gli “eretici”, per definizione, non hanno un Libro, procedono per scarti rispetto al pensiero dominante, per scelte fatte di prove e tentativi, di fughe solitarie coraggiose e incoscienti. Per una volta, spero che il gruppo si metta al loro inseguimento.

Read Full Post »

Qualche post fa ho parlato di un’innovativa realtà enogastronomica nata in provincia di Treviso, il laboratorio di “Gustolia”. Sono passati pochi mesi e Paolo Pellizzato e Gianluca Granzotto, sempre in “fermento”, ne hanno pensata un’altra: “Perché non abbinare i prodotti di Gustolia anche a una birra artigianale, inventandosela magari, che si in grado di sposarsi alla perfezione con i sapori dei cibi in vasetto?” Fantastico, ma la cosa non è delle più semplici bisogna trovare il birraio giusto, che faccia suo il progetto altrimenti, è tempo perso. La fortuna, si sa, aiuta gli audaci e Paolo e Gianluca trovano sulla loro strada il mastro birraio Ivano Borsato, un vero è proprio professionista del gusto, che per loro crea la birra “Gustolia Special”.
La Gustolia Special s’ispira alle birre di abazia, come tale, prodotta con l’antico metodo ad alta fermentazione, abbastanza alcolica e di buon corpo. Il colore è un oro carico, la schiuma persistente non manca di velare
la superficie anche dopo diversi minuti. All’esame olfattivo, profumi di frutta esotica matura lasciano poi lo spazio alla spezziatura di pepe e chiodi di garofano. Quando la beviamo, è una birra che punge la lingua, riempie il palato e lascia in bocca un amaro importante, ma per niente esagerato, prolungando la persistenza. L’alcolicità è buona, segno di una birra che si può versare all’affinamento prolungato in bottiglia.
Sarà prodotta in futuro anche nella sua versione vintage (invecchiata).
La Gustolia Special viene proposta in abbinamento con le specialità in vetro più tradizionali, quelle più gustose come le Trippe, Il coniglio alla cacciatora, la faraona in salsa Peverada e altre specialità che si possono degustare durante gli eventi Gustolia.

Read Full Post »

Generalmente quando si parla di Verdicchio la mente corre subito al verdicchio dei Castelli di Jesi e meno al Verdicchio di Matelica. Facendo un paragone cinematografico è come quando dici Bertolucci, tutti pensano subito a Bernardo, è immediato (la sequenza dei capolavori è impressionante), eppure il fratello Giuseppe ha scritto e diretto “Segreti Segreti” e “Amori in corso” due gioiellini della cinematografia italiana sconosciuti ai più in grado però di regalare emozioni intense tanto quanto i più famosi e celebrati film di Bernardo. Lasciando stare l’ardito parallelo e precisando, anche per correttezza, che i due verdicchi si possono definire al massimo cugini e non fratelli perché notevoli sono le differenze, volevo parlarvi di un’azienda, Vini Maraviglia, grazie alla quale ho scoperto il Verdicchio di Matelica.
Il territorio di produzione è situato nell’Alta Valle Esina e comprende i comuni di Camerino, Castelraimondo, Cerreto d’Esi, Esanatoglia, Fabriano, Gagliole e ovviamente Matelica. La Valle Esina a causa alla sua particolare disposizione Nord Sud non risente, come tutte le altre valli marchigiane, degli influssi mitiganti del clima marino e pertanto è soggetta a forti escursioni termiche (Estate/Inverno e Notte/giorno). L’effetto di questo clima permette un aumento della qualità delle uve, aumentando il grado zuccherino e i polifenoli e migliorando notevolmente le caratteristiche aromatiche, in sostanza dando al vino quel corpo che gli consente di invecchiare pur derivando da uve a bacca bianca.

L’azienda agricola Filippo Maraviglia, di recente fondazione (2004), è situata presso la località Piannè di Matelica (MC) e si estende su una superficie vitata di 13 ettari; si coltivano uve Verdicchio, Sangiovese, Ciliegiolo, Merlot, Cabernet Franc e Petit Verdot per una produzione annuale di circa 30 mila bottiglie.

Read Full Post »

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 43 follower