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Archivio per marzo 2011

Venezia, una domenica di metà marzo, la cornice è quella del lussuoso Hotel Monaco & Grand Canal, la Fisar ha riunito 65 produttori friulani e giuliani per la manifestazione “Vini friulani: gradito l’abito bianco”; si bissa il grande successo ottenuto l’anno precedente con “Gradito l’abito rosso”, questa volta, come il titolo lascia facilmente intuire, vengono celebrati i vini bianchi. Girando per i banchi d’assaggio i nomi sono davvero altisonanti e già questo basterebbe per regalare agli appassionati una giornata memorabile, di quelle da incorniciare, ma siamo a Venezia, la città dei sogni, dei momenti unici e Aurora Endrici e Paolo Ianna, straordinari professionisti del vino che hanno collaborato con Fisar per l’organizzazione della manifestazione, hanno pensato di proporre agli appassionati un evento unico, uno di quei momenti che ti fa dire con un pizzico di supponenza “Io c’ero”! Immaginate di riunire nella stessa degustazione tre incredibili personaggi come Gaspare Buscemi, Nicola Manferrari (Borgo del Tiglio) e Gianfranco Gallo (Vie di Romans), autori di vini mito del Friuli Venezia Giulia e immaginate che ciascuno di loro presenti due annate di un vino bianco, uno relativamente giovane e una con almeno più di dieci anni sulle spalle, fantastico no? Nicola Manferarri ha presentato due Chardonnay “Selezione”, nelle annate 2009 e 2001; Gianfranco Gallo il Sauvignon “Piere” nelle annate 2008 e 1996 (in magnum); Gaspare Buscemi l’Alture Bianco annata 2006 e l’Alture Bianco “Riserva Massima” annata 1987, entrambi a base Pinot Bianco. Non capirò mai come qualcuno possa ancora ostinarsi a dire che i vini bianchi non possono invecchiare e che storca il naso se in bottiglia compare un’annata più vecchia di due anni. Siamo schiavi dei luoghi comuni, i vini bianchi devono essere giovani, fruttati, immediati; niente di più falso, i vini bianchi (ovviamente di grande struttura) sono in grado di invecchiare quanto e come i vini rossi emozionando, ma questa è ovviamente una mia considerazione personale, anche più dei rossi. Per fare un esempio, mi viene in mente l’assaggio fatto qualche mese fa grazie ad Andrea De Nardi di Casa Caterina del Rovul (50% chardonnay e 50% pinot  bianco) un raro vino de La Viarte che recava in bottiglie l’anno 1985, sconvolgente per complessità ma anche per equilibrio. E’ proprio vero che l’eleganza e la classe non hanno tempo, immagina un film di Billy Wilder con Marilyn, un grande vino bianco e il mondo la fuori può aspettare!

Piccoli appunti di degustazione
Nicola Manferrari (Borgo del Tiglio) ha vinificato per la prima volta lo chardonnay nel 1988 e quindi dice che la sua è un’esperienza “terribilmente breve”; sarà ma se questi sono i risultati, non oso pensare cosa farà tra una decina d’anni…. si può fare più di un capolavoro?  Lo chardonnay selezione 2009 è morbido ma ancora troppo giovane, il 2001 è austero, pieno di nerbo, grande complessità, di una vitalità incredibile.
Per Gianfranco Gallo (Vie di Romans) grande terroir e grande annata sono due parametri necessari per fare un vino longevo; e il Friuli con la sua commistione tra clima mediterraneo e clima continentale possiede un’unicità che pochi terroir al mondo hanno.
Il Sauvignon Piere 2008 è il frutto di un’annata molto calda che però ha avuto grani escursioni termiche, bel vino ma sicuramente ancora giovane, mentre il Piere 1996 deriva da un’annata molto, fredda, che per anni è stata poco considerata mentre oggi è in grado di dare davvero un gran bel sauvignon in grado di emozionare anche chi non ama particolarmente questo vitigno.
Con il pioniere Gaspare Buscemi il Friuli scopre il ruolo dell’enologo, Gaspare, però ama definirsi “enologo fuori dal coro” e “vinificatore artigiano”; i suoi vini sono incredibili, in grado di affrontare il tempo come pochi, ne è un esempio evidente, l’Alture Bianco “Riserva Massima” 1987, di una complessità unica, magnifico nella sua mineralità.

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Ci sono momenti nella vita in cui ti senti leggero; mi verrebbe voglia di accendere un cubano , versarmi  due dita di whisky e mettermi a fissare il cielo con aria sognante. Dopo aver intervistato Giulia Cavalleri, una donna di cui ho una stima smisurata, mi sento un blogger realizzato!
Grazie Giulia per la tua disponibilità e grazie per aver risposto alla sollecitazione sul Consorzio, so quanto ti fa male!

Dicono che c’è un tempo per seminare  e uno più lungo per aspettare  io dico che c’era un tempo sognato che bisognava sognare! (Ivano Fossati)

L’intervista
Molti produttori, anche tra coloro che producono vini di assoluto livello, soffrono di una sorta di “dipendenza da guida”, è quasi un’ossessione  (quest’anno ho preso i 3 bicchieri, l’anno prossimo però voglio anche i cinque grappoli, ecc.), quasi che la legittimazione al proprio lavoro venisse solo dall’essere premiati da una guida, tu che giudizio dai di questo atteggiamento e secondo te arriverà il tempo in cui chi produce vino si affrancherà definitivamente dalle guide ,in poche parole smetterà di credere ai vari Robert Parker?
Conosco tanti produttori , mentre penso ai loro nomi li vedo, instancabili, alla ricerca del vino che si sognano la notte. Quei produttori non pensano alle guide. Inseguono il loro sogno. Anche da noi si  lavora esclusivamente alla  ricerca della massima espressione del prodotto dei nostri vigneti. Certo i premi fanno piacere : veder riconosciuto il tuo sforzo pubblicamente, salire su un palco, sentirti tra gli eletti…
Ma non sai che piacere si prova quando aprendo la mail trovi scritto : Signora Cavalleri, ieri sera abbiamo aperto un suo vino, è stata una grande emozione. Grazie.
Ci affrancheremo  o meglio si affrancheranno, ( noi quando non crediamo nell’onestà di una Guida arriviamo al punto di non fornire i campioni ) vedrai dall’ossessione del premio, perché sempre di più si capirà che non c’è giudice più serio, affidabile e onesto del proprio cliente.

Stare fuori dal Consorzio della Franciacorta è una scelta forte, che merita grande rispetto; quali sono state le motivazioni che ti hanno portato a prendere questa decisione così coraggiosa?
Lasciare il Consorzio è stata una decisione sofferta mio padre , insieme ad altri illuminati produttori, l’ha fondato, ci sentivamo parte di un gruppo solidale, teso alla realizzazione di un meraviglioso progetto. Il Consorzio di Franciacorta ha fatto grandi cose.
Poi siamo diventati tanti, lo spirito iniziale è andato scemando.
Tre anni fa un nuovo produttore ha costituito un’azienda, come nome ha scelto quello di un nostro vino ,  il nome  di un vigneto da noi acquistato nell’800 , di cui abbiamo ancora l’atto di acquisto originale, per di più un nome registrato.
Abbiamo chiesto al Consorzio di intervenire, di tutelarci, non volevamo ricorrere all’azione legale, volevamo risolvere la questione all’interno del nostro “club”. Ci serviva però, anche perché questa scorrettezza non creasse un precedente, che il Consorzio prendesse una posizione forte, da garante, a sottintendere che nella zona valgono sì le leggi , i discliplinari, le norme, ma anche lo spirito di colleganza, i rapporti di buon vicinato, l’etica.
Così non è stato, il Consorzio dopo brevi tentennamenti ha accolto tra i soci il nuovo produttore, votando la questione in Consiglio all’unanimità. Per noi non c’è stata altra possibilità che le dimissioni. Parlare di  questa storia mi fa ancora male.
Per  scrivere anche il finale ….. il Tribunale ha accolto immediatamente la nostra richiesta e oggi quel nome identifica solo ed esclusivamente un vino CAVALLERI.

C’è la sensazione, almeno in Italia, che l’Industria, nel senso più negativo del termine, fiutato l’affare, si stia appropriando di concetti come biologico e biodinamico, cioè i vini  così detti naturali stanno diventando sempre più appetibili a livello commerciale con il rischio di  snaturare (tanto per usare un eufemismo) tutta la filosofia che c’è dietro; Qual è la tua idea in merito?
L’industria ha   spesso plagiato , le peculiarità  di ciò  che il piccolo produttore ottiene con la dedizione , la passione, l’impegno.
A volte questo non è stato un male, guardando ai piccoli, l’industria ha migliorato i propri prodotti, ponendo maggior attenzione alle materie prime, alla filiera, alle tecniche.
Ma per quanto riguarda i vini naturali sarà difficile che l’industria riesca ad essere   totalmente credibile, perché le manca quello che sta alla base di un vino con queste caratteristiche . Come definire la naturalità ? Per me c’è solo un modo ed è la profonda conoscenza ed il rispetto di ogni singolo pezzo di terra da cui il tuo vino deriva.
L’industriale non possiede la terra in senso contadino, non scruta il cielo per anticiparne le mosse, non cammina in mezzo alle vigne per seguirne l’evoluzione , non riconosce i pregi e i limiti di ogni vigneto. Se è un industriale onesto riuscirà a fare buoni vini, forse anche tecnicamente perfetti ma non riuscirà mai a fare vini naturali, che svelano l’anima del territorio. A te e a tutti gli appassionati intermediari l’arduo compito di farlo sapere al mercato.

La Filosofia di Cavalleri

La politica aziendale di fondo è stata quella di non acquistare né uve né vini da terzi; oggi siamo tra i pochi in Franciacorta a tener fede alla scelta. Nella nostra zona, inoltre, siamo stati i primi produttori di un cru, avendo da sempre vinificato vigneto per vigneto separatamente. Siamo convinti che questa sia l’unica soluzione, seppur difficile e onerosa, che consente di ottenere qualità. Solo così, si ha a che fare con vini dei quali si conosce e si controlla il tutto: si decide l’impianto del vigneto più idoneo, si controllano e si decidono la potatura, i trattamenti fito sanitari (aderiamo da anni al Regolamento Comunitario che ci obbliga all’utilizzo di sostanze a basso impatto ambientale), si scelgono i tempi e i modi della vendemmia.
A garanzia di un lavoro ben fatto tutti i nostri vigneti sono coltivati solo ed  esclusivamente da nostro personale, niente è demandato a terzi . Abbiamo sempre sostenuto e non siamo certo gli unici, che un grande vino nasce solo da una grande uva. La cantina è attrezzata con le migliori macchine: presse a polmone Willmes fin dal 1991, vasche in acciaio e fermentini a temperatura controllata, le migliori barriques francesi: e ogni passaggio è controllato, registrato e verificato.  Ciò che oggi si comincia a considerare fondamentale, la tracciabilità, è per noi una prerogativa antica. In nome della qualità, la famiglia è spesso chiamata a prendere difficili decisioni: decisioni che hanno a che fare con parole quali: investire, selezionare, scartare, rinunciare. Siamo orgogliosi di essere una piccola realtà di viticoltori, artigiani, contadini e tali vogliamo rimanere, In controtendenza con la teoria imperante della globalizzazione anche nel vino.

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Elisabetta Foradori è bellissima, la sua è una bellezza antica, d’altri tempi; è la rappresentazione emblematica dell’orgoglio di essere donna, contadina e viticoltrice, un manifesto politico per questi tempi così difficili, dove si sta perdendo sempre di più il senso della fatica, dell’attesa; tempi dove molti vogliono tutto e subito e lo vogliono con ogni mezzo!
Elisabetta Foradori invece ha lavorato (è lavora) duramente; da giovanissima, alla scomparsa del padre, ha preso in mano l’azienda di famiglia è l’ha portata ai vertici dell’enologia nazionale  con un grande vitigno  come il  Teroldego, che però, negli anni in cui Elisabetta  cominciava la sua avventura, sembrava aver perso le sue potenzialità; con tenacia Elisabetta ha iniziato un grande lavoro di ricerca  per il recupero delle biodiversità del vitigno, fino ad arrivare all’individuazione di 15 biotipi di Teroldego che utilizza per i reimpianti, garantendo così un’elevatissima qualità ai suoi vini.

La biodinamica
I vini Foradori seguono i principi della biodinamica, ma qui la biodinamica non è un dogma, è “solo” il frutto di un percorso di ricerca iniziato molti anni confrontandosi con alcuni viticultori francesi, in particolare con il produttore alsaziano Marc Kreydenweiss; Elisabetta dice che la “biodinamica serve per aiutare la vigna a trovare e mantenere l’equilibrio in sintonia con la natura e per far esprimere finalmente al vino la profondità del carattere della propria terra”.

Breve storia del Teroldego
E’ del 1383 il primo documento scritto in cui appare il nome Teroldego, anno in cui un certo Nicolò da Povo s’impegnò a corrispondere, a mo’ d’interesse, una botte di Teroldego a una certa Agnese che gli aveva prestato del denaro. Fra il Trecento e il seicento, il Teroldego veniva coltivato dal Campo Rotaliano a Rovereto. Nel Cinquecento se ne parla a Mezzolombardo. Nel Campo Rotaliano s’insediò stabilmente, mentre altrove finì con lo scomparire. Le fonti presentano ripetuti accenni al “grande potenziale” insito in questo vitigno che nel frattempo è assai più resistente anche alla peronospora (1890) e alla filossera (1912).
La zona di produzione attuale è molto limitata e comprende appena 400 ettari che per il 73% danno vini D.O.C. Il vigneto del Campo Rotaliano si è frammentato nel tempo in molti piccoli appezzamenti lavorati con cura estrema. La terra è poca ed è preziosa.

Ps: Ogni volta che vedo Elisabetta Foradori mi viene in mente Tina Modotti, chissà perchè!!
Dimenticavo…Le radici sono il riferimento all’amore per la sua terra e per il Teroldego, le ali naturalmente per andare ancora lontano!

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Tempo di raccolta a Mendoza in Argentina; questi sono alcuni scatti fatti ieri dal mio amico Erik Klein che si trova in Sud America  assieme a Roberto Cipresso per la vendemmia!

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Antefatto

Autunno 2010, come ogni anno viene pubblicato l’elenco dei vini premiati dalle guide; su internet si trova tutto (grappoli, bicchieri, stelle..), leggo e, meraviglia delle meraviglie, quando arrivo al Friuli Venezia Giulia, c’è un’assenza clamorosa, Borgo del Tiglio. Incredibile una tra le più grandi cantine del Collio e d’Italia non riceve nessun riconoscimento (fatto salvo per la guida di Veronelli che la premia per il suo Rosso della Centa 2006); addirittura sulla guida dei sommelier, non solo non è premiata ma è addirittura scomparsa del tutto. Strano, c’è qualcosa che non mi torna. A novembre decido di mandare una mail a Nicola Manferrari (il patron di Borgo del Tiglio) per chiedere informazioni in merito, mi risponde esponendomi il suo pensiero non proprio benevolo sulle guide e mi invita ad andarlo a trovare per discutere dell’argomento. Faccio due conti, molti dei vini che adoro non sono sulle guide, cosa vorrà dire? Ci rifletto, intanto è arrivato febbraio forse è il caso di chiamare Nicola Manferrari per un appuntamento!

Borgo del Tiglio
Quando arrivate a Brazzano di Cormons, è cercate un cartello stradale che vi indirizzi all’azienda Borgo del Tiglio, rimarrete delusi, nessuna indicazione, troverete un cartello per ogni cantina ma non per Borgo del Tiglio! Comincerete a capire già da subito che Nicola Manferrari è una persona molto riservata! Ne avrete la conferma definitiva appena giunti al n. 71 di via San Giorgio (sede della cantina), dove non troverete nessun effetto speciale, nessuna grandeur, ma solo una casa antica inserita in un meraviglioso borgo con primo piano la bella chiesa settecentesca di San Lorenzo. Nicola Manferrari non è persona di immediata simpatia e visto che anch’io appartengo al club ”Esco di rado e parlo ancora meno” potete capire che nei primi momenti dell’incontro c’è del palpabile imbarazzo. Ci sediamo della sala degustazione, gli dico due cose su di me, poi inizia a raccontare lui: la sua idea di Collio, che è quella di Mario Schiopetto, il padre dei bianchi friulani e del suo stile, vicino al mondo francese e tedesco, fatto di vini freschi, morbidi e profumati; mi parla della sua avversione per i vini bianchi macerati che all’estero, potrebbero dare un’idea falsata del vino italiano con grave danno sia d’immagine che economico. Nel frattempo mi fa assaggiare qualcosa, Friulano 2009, Chardonnay 2009, Studio di bianco 2009, vini davvero suntuosi, con un sapiente uso della barrique (in realtà si tratta di fusti di legno francese da 250 litri fatti costruire appositamente) a dimostrazione che l’uso del legno non è il male assoluto come qualcuno ci vuole far credere! Ah che iattura le mode, se la gente pensasse con la propria testa rifuggendo dalle mode; “Moda sorella della morte” diceva Leopardi in una operetta morale e se c’è qualcuno che sta agli antipodi della moda questo è proprio Nicola Manferrari.

Foto © copyright Giuanluca Baronchelli

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