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Archivio per aprile 2011

Chi ha visto Basilicata Coast to Coast, il bel film scritto, diretto e interpretato da Rocco Papaleo, ricorderà sicuramente il memorabile incipit: esterno giorno, Nicola Palmieri (Rocco Papaleo), cantante di un’attempata band di provincia, durante una strana cerimonia nuziale, agli sbigottiti e al tempo stesso divertiti invitati, pronuncia le storiche parole che ormai sono diventate lo spot ufficiale della regione Basilicata: “Io sono nato in Basilicata, la Basilicata esiste, è come il concetto di Dio, ci credi o non ci credi, io credo nella Basilicata……….”. Anch’io credo nella Basilicata e le sarò eternamente riconoscente perché è da quella terra, precisamente da Melfi, provengono i meravigliosi vini dei fratelli Sara e Luca Carbone. La cantina Carbone è situata proprio alle pendici del monte Vulture un vulcano non più attivo dalla preistoria ma che tecnicamente non può ancora definirsi “spento”. In questa zona di origine vulcanica il terroir e microclima sono unici, le terre laviche sono molto ricche di potassio e particolarmente adatte per la coltivazione della vite e dell’ulivo e le escursioni termiche sono piuttosto elevate. Ovviamente quando si parla di Vulture, il rimando all’Aglianico è d’obbligo. Il vitigno a bacca rossa, che fu introdotto nel sud dell’Italia dai greci tra il VII-VI secolo a.C., è in grado di dare origine a un vino aristocratico che non ha nulla da invidiare ai più blasonati Barolo e Brunello, infatti e nel corso del 2010 è anche divenuto DOCG. Avevo sentito parlare dei vini Carbone sul Web, poi i primi contatti con Sara, con la quale ho in comune la città di Pordenone; lei ci vive e fa la spola con Melfi, io ci ho vissuto per trent’anni. Persona riservata Sara, ma al tempo stesso misteriosa e affascinate, proprio come la sua terra, la Basilicata.

La Cantina Carbone
I Carbone sono viticoltori appassionati già dal 1974, oggi le redini dell’azienda sono in mano a Luca e Sara Carbone. Il nucleo storico dei vigneti, impiantati negli anni’70 si trova a Melfi in località Piani dell’Incoronata e Montelapis, a oltre 500 mt s.l.m., 10 ettari sui quali vengono coltivati l’Aglianico e Fiano. Il terreno è di colore nero a testimoniarne l’origine vulcanica. Ulteriori 8 ettari di Aglianico e moscato di nuovo impianto si trovano in località Braide, a 500 mt s.l.m., terreno con maggiore presenza argillosa.
Com’è evidente, vista anche la particolarità del terroir, si bada solo a vinificare in maniera autentica; in vigneto le rese per ceppo sono molto limitate e la vendemmia è fatta rigorosamente a mano in piccole cassette; rigorosa è anche l’attenzione all’ambiente, infatti, non si usano diserbanti e non si fa uso indiscriminato della chimica sia in vigna sia in cantina.
La cantina dove avviene la vinificazione si trova in collina nei pressi della località Braide, mentre in pieno centro storico a Melfi, in una grotta sotterranea scavata nel tufo, si trovano la bottaia per l’invecchiamento e il negozio per la vendita dei vini.

 I Vini
La Cantina Carbone  produce il Terra dei Fuochi (100% Aglianico), un vino dal rapporto qualità prezzo davvero imbarazzante, mai bevuto niente di così buono ad un prezzo così basso; il Fiano (100% Fiano), un interessantissimo bianco, e i gioielli Stupor Mundi e 400 Some entrambi 100% Aglianico.

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Oltre alla Franciacorta patinata e glamour, esiste una Franciacorta che al clamore dei winebar alla moda e al mero commercio preferisce lavorare in silenzio puntando solo sulla grande qualità del prodotto; ne è un esempio Cà del Vent, azienda di Cellatica (siamo nella Franciacorta orientale) che ancora una volta mi ha sorpreso con uno spumante completamente privo di liquer e di scriroppo di dosaggio; il vino in questione è il Pas Operè Brut. L’uva, 85% chardonnay e 15% pinot nero proviene tutta dal millesimo 2008, anche se per motivi di esiguità del lotto non viene millesimato, se ne producono solo 6000 bottiglie sboccate in due round, al primo turno non si arriva ai 36 mesi sul secondo turno si va anche oltre ma le bottiglie solitamente sono talmente poche – 2000/2500 che il costo di un’etichetta che riporti il millesimo è proibitivo pertanto sul retro è scritto che proviene da un millesimo ben definito ma viene venduto tutto senza annata. La vinificazione avviene totalmente in barriques nuove a tostatura leggera (3 mesi), rifermentato e affinato sui lieviti per almeno 20 mesi. Cà del Vent punta a fare un vino abbastanza unico nel panorama franciacortino che rappresenti uno stadio evolutivo del Pas Dosè (dosaggio zero, nature, etc).

Antonio Tornincasa, direttore commerciale di Cà del Vent, mi dice che è importante comunicare questa differenza perche sono prodotti in antitesi. Nel caso del Pas Operè non viene aggiunta né liqueur né sciroppo di dosaggio; mentre nel Pas Dosè è ammesso un residuo zuccherino sino a 3 gr/l., ma pur non essendo prevista l’aggiunta di zucchero puoi utilizzare la liqueur. La differenza è sostanziale: il Pas Operè indica un vino puro, non lavorato e non modificato in maniera esogena (quindi è fondamentale ritenere di avere una gran base di complessità, di struttura e persistenza, elementi che si riescono a conferire al vino anche con la liqueur) ancora una volta releghiamo l’uomo ai margini dei risultati che la natura ci consegna (come la scelta di gestire il vigneto esclusivamente a mano e senza meccanizzazione). È  una scelta coraggiosa, continua Antonio, presentare un vino del genere e Il brut Pas Operè anticipa una conversione di tutta la gamma in bollicine Pas Operè e millesimate (quest’ultime lo diventeranno tra un paio d’anni). Pochi lieviti (circa 1 milione e mezzo di particelle di lieviti/ml) per donare una spuma cremosa e grassa con bollicina impercettibile, la mineralità del sottosuolo argilloso, la persistenza data dalle concentrazioni (abbattimento delle rese 1 kg uva/pianta, 1 bottiglia per pianta, 7000 ceppi/ha, 7000 bottiglie/ha) ed estrazioni in fase di vinificazione, un totale di solforosa di 50/60 mg/l., tutto questo per ottenere un Franciacorta unico.

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Le storie come quella di Mauro Musso mi riconciliano con un’idea di futuro che spesso, considerato il periodo storico e la tristezza del quotidiano a esso associata, faccio fatica a immaginare. Nel 1994, la spaventosa esondazione del Tanaro devasta la piccola azienda della famiglia Musso, un allevamento di Polli, e Mauro è costretto a ripiegare sul primo lavoro utile; fa il commesso in un ipermercato, ci lavora per tredici anni senza amore, in un contesto altamente spersonalizzante, fino a quando la passione per il mangiare e bere bene e per la salubrità degli alimenti gli fanno conoscere la famiglia Marino, che dagli anni ’50, a Cossano Belbo, produce farina con metodi tradizionali e solo con cereali di qualità; ecco l’illuminazione, Mauro si mette a fare la pasta fatta in casa (i Tajarin), con grani antichi e in maniera assolutamente naturale.

Avevo letto di Mauro Musso nell’ultimo libro di Andrea Scanzi ma non avevo colto appieno la caratura della persona, poi è arrivato il documentario Langhe Doc e Mauro, Silvio Pistone e Maria Teresa Mascarello mi hanno fatto capire due cose: la prima e che la dimensione del sogno è ancora possibile, la seconda e che se siamo capaci di trasformare in realtà i nostri sogni compiamo atti rivoluzionari in grado di restituire speranza e dignità alle persone e loro lavoro!

Intervista a Mauro Musso

Nel nostro scambio di battute via mail, mi ha molto colpito quando hai scritto: “Se la gente capisse che noi non ci sentiamo carbonari moderni, possiamo sembrarlo, ma il nostro intento è solo di produrre alimenti sani”..; non trovi incredibile che chi cerca la salubrità, l’integrità, la genuinità, a dispetto del veleno che quotidianamente ci viene propinato dall’industria, debba in qualche maniera giustificarsi?

Il 1° motivo che costringe noi piccoli artigiani a giustificare il nostro lavoro, è insito in ciò che le persone credono o presumono di sapere sull’alimentazione dopo decenni di lavaggio mentale, una tecnica ottenuta dal continuo bombardamento pubblicitario, che ha scardinato le precedenti conoscenze cancellando ogni abitudine innata e propinando volutamente informazioni frammentarie quando non false, per far conoscere solo quanto favorisse la loro sicura convenienza economica, mentre la chiave che ha permesso a questa tecnica di funzionare alla perfezione, è stata la mancanza di una minima cultura in materia di alimentazione e il non voler assumersi responsabilità decisionali di sorta, demandandole ad altri senza il dovuto controllo sulla veridicità e fattibilità delle stesse.
Il 2° motivo che spinge i produttori a illustrare la propria attività dettagliatamente, è dovuto al piacere e alla fierezza di poter far conoscere tutto quanto riguarda il proprio lavoro, eseguito senza utilizzare nessun trucco o stratagemma. Ricordo che chiarezza e conoscenza su ogni aspetto produttivo, sono sempre la garanzia di buona e alta qualità!

Nel documentario “Langhe doc”, riferendoti alla possibilità di realizzare prodotti fatti in casa, dici che “se si poteva una volta, non vedo perché non si possa fare adesso”; pensi sia realizzabile un ritorno al passato? Non credi che la società dei consumi abbia contaminato in maniera irreversibile l’uomo e che il ritorno alla natura sia una cosa per pochi, per le “solite” nicchie? Ipotizziamo però che esista ancora una speranza, quale può essere l’approccio culturale e sociale per ridare valore all’educazione alimentare?

Lavorare senza chimica di laboratorio, non solo è possibile, ma assolutamente fattibile e augurabile se si vuole godere di buona salute e quando si parla di alimentazione, ai nostri giorni è facilissimo proporre un approccio culturale e sociale, poichè è sufficiente “conoscere cio di cui abbiamo bisogno per sopravvivere”. Non si tratta di un ritorno al passato, ma di abbandonare un approccio produttivo commerciale e la pessima abitudine fine a se stessa chiamata “consumismo” (un’invenzione che spinge solamente a bruciare senza necessità e indistintamente grandi quantità di prodotti, solo per foraggiare un enorme giro di denaro che i soliti noti manovrano e di cui si approvvigionano).

Mauro, visto che sei un assiduo frequentatore di VinoVinoVino, la manifestazione di Cerea del Consorzio Vini Veri, come giudichi la situazione attuale dei “Vini Naturali”? Non ritieni proditoria questa distinzione tra produttori biologici e biodinamici da una parte e i così detti convenzionali dall’altra?

Per come la vedo io, noi siamo nati per vivere su questo pianeta e per questo motivo dobbiamo sottostare alle sue regole. Essendo questo mondo protratto allo sviluppo della vita con determinate regole, l’unico tradimento che si profila è dato da una mentalità e un insieme di comportamenti che vanno in senso contrario alla vita stessa ovvero tutto ciò che la nega o la ostacola. Oggi sappiamo che circa il 70% delle malattie è provocato più o meno direttamente dall’alimentazione: per quale motivo logico io dovrei nutrirmi di un qualcosa che, a priori, so già mi farà male? Dovrei scegliere cibi contenenti pesticidi, concimi chimici, materie prime modificate geneticamente, etc .. sapendo di farmi male, solo per risparmiare qualche euro nell’immediato o per foraggiare il mercato? Mi dispiace, non sono abbastanza stupido e neppure sadico o masochista! … Per fare un esempio: a VINOVINOVINO ho assaggiato e bevuto un sacco di vino in tre giorni e non ho avuto neanche un giramento di testa, mentre quando bevo un bicchiere di vini “truccati”, la mia testa va in confusione e l’apparato digestivo si blocca. Dovrei farmi del male per sostenere prodotti commerciali?
Per conoscere e apprezzare il grande lavoro fatto da Mauro Musso visitate il suo sito “Casa del tajarin”

Anche tu sei collina e sentiero di sassi e gioco nei canneti,
e conosci la vigna che di notte tace.
Tu non dici parole.
C’è una terra che tace e non è terra tua.
C’è un silenzio che dura sulle piante e sui colli.
Ci son acque e campagne.
Sei un chiuso silenzio che non cede, sei labbra
e occhi bui. Sei la vigna.
E’ una terra che attende e non dice parola.
Sono passati giorni sotto cieli ardenti.
Tu hai giocato alle nubi.
E’ una terra cattiva – la tua fronte lo sa.
Anche questo è la vigna.
Ritroverai le nubi e il canneto, e le voci
come un’ombra di luna.
Ritroverai parole oltre la vita breve e notturna dei giochi,
oltre l’infanzia accesa.
Sarà dolce tacere.
Sei la terra e la vigna.
Un acceso silenzio brucerà la campagna come i falò la sera.
(Cesare Pavese)

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I vini di Nicola Manferrari sono i più grandi del Collio? È sempre difficile rispondere a domande che esprimo giudizi cosi perentori e che sappiamo essere sempre molto soggettivi; ma per quanto riguarda Borgo del Tiglio una certezza inconfutabile esiste, ci troviamo al cospetto di vini bianchi così suntuosi da risultare sicuramente tra i più’ importanti d’Italia e che, se messi a confronto in una degustazione alla cieca con i francesi, potrebbero davvero far arrabbiare i nostri cugini d’oltralpe. Mi permetto tanta sicumera dopo aver assaggiato alcune vecchie annate di Studio di Bianco, di Tocai e di Chardonnay a Vinitaly 2011 con Nicola Manferrari, che è come andare sulla luna assieme a Neil Armstrong, tanto per rendere l’idea. Insisto sul tema dei vini bianchi con qualche anno sulle spalle perché l’esperienza è stata davvero unica e anche perché con Nicola Manferrari ho capito che l’abbinamento cibo -vino perfetto non è una chimera vagheggiata nei vari corsi per sommelier, ma esiste per davvero; provate il suo Tocai 1994 con il Patanegra o il Verduzzo 2000 assieme ad un formaggio del Cilento con un anno di stagionatura! Se siete dei “bianchisti”, cercateli questi vini e se avrete la fortuna di trovarli, non lasciatevi scappare, molto probabilmente mentre lì degustate, sentirete nella vostra testa una voce che vi sussurra “Houston, qui Base della Tranquillità. L’Aquila è atterrata.”
Ps: Grazie Aurora Endrici!

I vini assaggiati:
Chardonnay 2009, 2005, 2002, 1999
Studio di Bianco 2009, 2005, 1998, 1993
Tocai Friulano 1994
Verduzzo 2000

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Ecco le video interviste realizzate durante la manifestazione  “Vini a primavera”, svoltasi Venerdì 18 marzo 2011. L’evento è stato organizzato nella meravigliosa cornice del Pes.co di Tessera (VE) dai blog Wine Indulgence e la Stanza del vino.

Cà del Vent

Antonio Tornincasa, Direttore commerciale dell’Azienda sita in Franciacorta, presenta in esclusiva il nuovo nato Franciacorta Pas Operé, e il rosso Riserva, il Clavis.

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Azienda Agricola Varaschin

Renzo Varaschin conduce l’Azienda del padre Matteo, con il fratello Luigi.
La zona di provenienza, è quella incantata di Valdobbiadene, famosa in ogni angolo del mondo per il Prosecco.

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Tenute Tomasella

Annette Lizotte presenta alcuni vini delle Tenute Tomasella, il “Chinomoro”, un chinato a base Merlot, “Osè”, uno spumante rosato e “Bastìe” bianco, friulano.

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Azienda Agricola Ricchi

Chiara Tuliozi ci presenta l’Azienda Ricchi, cantina lombarda di proprietà della Famiglia Stefanoni.

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Azienda Vinicola Carbone

Sara Carbone conduce l’Azienda di famiglia con il fratello Luca.
L’area geografica di provenienza dell’Azienda è nei pressi del vulcano Vulture, a Melfi, in provincia di Potenza.

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Ci siamo, da giovedì 7 a lunedì 11, con un programma che farebbe impallidire Charles Bukowski, operatori del settore, appassionati e in qualche caso semplici beoni (appunto!), avranno la possibilità di partecipare a ben quattro manifestazioni legate al mondo del vino:
7,8,0,10,11 aprile, Vinitaly a Verona – clicca qui per informazioni
7,8,9 aprile,  VinoVinoVino a Cerea (VR) – clicca qui per informazioni
10 e 11 aprile,  Vinnatur a Monticello di Fara (VI) – clicca qui per informazioni
10 e 11 aprile, Summa 11 a Magrè in Alto Adige – clicca qui per informazioni
Di vino parlato, raccontato ma soprattutto bevuto ne scorrerà a fiumi, quindi quale occasione migliore per parlare di birra? Mai sentito nominare la Cuvée di malto in bottiglia di Zago?

La Zago nasce nel1978 da un’idea di Mario Chiaradia, grande conoscitore del mondo della birra e appassionato di “Living beers” ovvero Cuvée di malto vive, ricche di lieviti, artigianali e non pastorizzate. Chiaradia vuole andare oltre i confini della consuetudine, rispettando però al contempo la tradizione. Nei primi anni di attività Zago si occupa di selezionare e importare birre speciali belghe, in grado, per le loro caratteristiche, di incontrare il gusto italiano, con lo scopo di diffondere in Italia la cultura della birra in abbinamento al cibo, allora connubio totalmente inusuale e sconosciuto. Come per tutti i grandi pionieri, nasce da subito in Mario Chiaradia il desiderio di creare dei prodotti innovativi a marchio e ricetta propri, che soddisfino gli amanti della buona tavola accompagnando piatti della cucina italiana e internazionale non solo al calice, ma anche come ingrediente stesso nella realizzazione delle ricette. Dopo anni di ricerche e prove, il debutto avviene nel 1995 con The Original HΨ, la prima birra prodotta secondo il metodo Champenoise, ed è subito un successo.

Oggi, dopo un grande lavoro fatto di ricerca, esperienza e passione, l’azienda pordenonese Zago è leader nel campo delle Cuvée di malto a metodologia Champenoise e a rifermentazione.
Le cuvèe di malto non sono birre per tutti ed è per questo motivo che Mario Chiaradia da grande appassionato qual è, propone anche birra più leggere e beverine, come le pils, birre non filtrate e crude, birre di frumento, birre in stile abbazia belga, da dessert, tutte prodotte artigianalmente, non pastorizzate e con l’uso d’ingredienti naturali puri come l’acqua, il malto, il lievito e il luppolo, senza aggiunta di aromatizzanti o conservanti.
Se ne avete la possibilità fatevi una bella verticale di The Original HY, io ho degustato le “annate” 2010, 2009 e 2008 (ma si può andare anche molto più in là con il tempo), ne rimarrete davvero meravigliati per intensità e complessità di profumi e sapori!

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