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Archivio per settembre 2011

E se noi italiani lo facessimo meglio dei francesi? Lo champagne intendo, cosa succederebbe? In terra loro poi! Oh mon dieu les italiens, nonostante tutto sempre pieni di risorse. La mia è una provocazione? Certo, ma in fondo neanche più di tanto dopo aver degustato gli Champagne Philippe Costa dell’italianissima azienda Tenute Costa! L’ingresso nel mondo del vino della famiglia Costa si concretizza con l’acquisto di due tenute: Due Corti a Monforte d’Alba per la produzione di Barolo e di Dolcetto e Terre di fiori, in Maremma, per la produzione di Morellino di Scansano e per un IGT a base Sangiovese e Cabernet Sauvignon. In seguito per completare questa sorta di triangolo d’oro per quanto riguarda la produzione di grandi vini.

I Costa mettono radici, pardon barbatelle, in Alto Adige nei pressi di San Michele Appiano; Lahnhof è la tenuta, un “maso chiuso” che si trova a circa 550 metri slm. È la più piccola delle tre Tenute , sono 3 gli ettari di proprietà, poi Lahnhof può contare anche sul conferimento di selezionati viticoltori del luogo. Si producono Sauvignon Blanc, Gewürztraminer e Pinot Bianco. Potrebbe bastare no? E invece I Costa, che da buoni imprenditori amano il rischio, giocano la carta champagne! Ci vuole una buona dose d’incoscienza per andare a fare champagne da italiano in terra di Francia! Lo champagne Philippe Costa nasce nel villaggio di Grauves, Premier Cru, nella Còte des Blancs. Le uve Chardonnay provengono esclusivamente dai 6 Ha di vigneti situati nelle zone più esclusive della Cote des Blancs mentre le uve Pinot Noir provengono esclusivamente da vigneti Grand Cru di Ay.

Gli Champagne

Brut Réserve Philippe Costa

Il Brut Réserve Philippe Costa nasce nel villaggio di Grauves, Premier Cru, nella Còte des Blancs. Le uve Chardonnay provengono esclusivamente dai 6 Ha di vigneti situati nelle zone più esclusive della Cote des Blancs zona collinare classica e molto prestigiosa a Sud della Marna vocata per lo Chardonnay. Mentre le uve Pinot Noir provengono esclusivamente da vigneti Grand Cru di Ay, zona di produzione molto pregiata ove prevale il vitigno Pinot Noir, è detta anche “Côte des Noirs”. La Cuvéè e composta per il 60% di Chardonnay e il 40% di Pinot noir. Giallo paglierino tendete al dorato, brillante, il perlage fine e persistente . Al naso bella complessità di fiori e frutta, miele e crosta di pane. In bocca è morbidissimo e si lascia bere in maniera molto “pericolosa”. Davvero un grande champagne base, un bel biglietto da visita per Philippe Costa.

Brut Blanc de Blancs Philippe Costa

Il Blanc de Blancs Philippe Costa nasce nel villaggio di Grauves, Premier Cru, nella Còte des Blancs. Le uve Chardonnay provengono esclusivamente dai 6 Ha di vigneti situati nelle zone più esclusive della Cote des Blancs, zona collinare classica e molto prestigiosa a Sud della Marna dove si coltiva il vitigno Chardonnay. Comprende tra gli altri i Grand Cru di Cramant, Mesnil-sur-Oger e Avize, celebri per le loro uve bianche. La Cuvée è 100% Chardonnay. Giallo paglierino, perlage fine e persistente. Naso intenso con frutta (pesca e agrumi) in evidenza, in bocca è elegante, bella l’acidità. Un blanc de blancs molto raffinato.

Brut Millesimé Philippe Costa 2004

Il Brut Millesimé Philippe Costa nasce nel villaggio di Grauves, Premier Cru, nella Còte des Blancs. Le uve Chardonnay provengono esclusivamente dai 6 Ha di vigneti situati nelle zone più esclusive della Cote des Blancs zona collinare classica e molto prestigiosa a Sud della Marna vocata per lo Chardonnay. Mentre le uve Pinot Noir provengono esclusivamente da vigneti Grand Cru di Ay, zona di produzione molto pregiata ove prevale il vitigno Pinot Noir, è detta anche “Côte des Noirs”. La Couvée è composta da Composizione da Chardonnay per l’80% e da Pinot Noir per il rimanente e 20%. Giallo paglierino, con riflessi dorati. Il perlage è fine. Naso abbastanza intenso con in evidenza note erbacee (salvia) fruttate e balsamiche. Dei quattro degustati  è quello che mi è arrivato meno ma credo necessiti di un tempo maggiore per esprimere tutte le sue potenzialità Da riassaggiare assolutamente!

Brut Rosé Philippe Costa

Il Brut Rosè Philippe Costa nasce nel villaggio di Grauves, Premier Cru, nella Còte des Blancs. Le uve Pinot Noir provengono esclusivamente da vigneti situati nelle zone più esclusive della Montagna di Reims – Ay,zona di produzione molto pregiata ove prevale il vitigno Pinot Noir. Il Brut Rosè Philippe Costa è un rosè “saignée” 100 % Pinot Noir e non d’assemblaggio di Pinot Nero vinificato in rosso aggiunto allo Chardonnay in fase di assemblaggio. Un rosè “saignée” si ottiene vinificando parzialmente in rosso le uve, tenendo cioè brevemente le bucce nel mosto in fermentazione. Pinot Noir in purezza, meravigliosamente ramato, brillante con perlage finissimo. Al naso si presente davvero ricco , frutta matura, melograno, fiori (rosa) e sentori di te e  crosta di pane. Molto intrigante l’ossidazione che poi si ritrova anche in bocca. Davvero pieno ed elegante, uno champagne da carne; lo provarei con la Battuta al Coltello di Fassone Piemontese e volendo osare anche con una bistecca alla fiorentina.

Ps:
Un immagine nitida, memorabile: Berlino 9 luglio 2006, finale dei mondiali di calcio, Zidane passa davanti alla coppa e la guarda con aria sconsolata, sa che ormai è persa, forse per sempre! Mentre raggiunge lo spogliatoio urlando dice “ Italiens per questa volta avete vinto ma siete ridicoli perché stanotte  brinderete a champagne, sul vino siamo più forti noi, non ci batterete mai”, poi ride di gusto!
Sicuro Zizou?  Se fossi in te stare stai in campana, non si sa mai!

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Feudo Antico – Tullum Doc

Tra le recenti Doc, alcune inutili e altre addirittura imbarazzanti (soprattutto tra quelle a venire), ce n’è una che invece risponde a una domanda di senso ben precisa, è la Doc Tullum. La doc Tullum è una delle più piccole doc d’Italia, prodotta in un territorio molto specifico e limitato: il comune di Tollo, in provincia di Chieti, in Abruzzo.
La doc Tullum, può contare su 300 ettari potenziali, la rigidità nei parametri produttivi è l’elemento caratterizzante e contempla, tra le altre cose, la vinificazione in zona, l’esclusione di uve provenienti dai vigneti in fondovalle o a un’altitudine inferiore a 80 m slm, e la densità d’impianto a ettaro, mai inferiore a 3.300 ceppi.
L’istituzione della doc, visto il recente e devastante sisma, ha per il territorio un forte significato simbolico: Tollo, infatti, fu rasa al suolo durante la Seconda Guerra Mondiale ma proprio grazie alla viticoltura ricostruì la sua identità. Certo non potrà essere solo la viticoltura a segnare il passo per la rinascita, ma trovo che la simbologia sia davvero evocativa. Le tipologie previste dalla Doc sono sei: Tullum bianco, Tullum Superiore, Pecorino e Passerina, il Tullum rosso e il Tullum Rosso Riserva, per una produzione di circa 80.000 bottiglie.

Il progetto Feudo Antico

Il progetto Feudo Antico, a dispetto del nome, è gestito da un gruppo di giovani : in vigneto è l’agronomo Antonio Sitti a seguire ogni fase, dalla potatura alla vendemmia, in cantina è Riccardo Brighigna a interpretare le uve e vinificare separatamente le masse per ottenere i migliori blend. Direttore generale è invece Andrea Di Fabio. Il Progetto è molto complesso, infatti, sono 20 i produttori che conferiscono le uve e ai quali, a disciplinare approvato (2008), è stata imposta subito una rigida disciplina: solo vitigni autoctoni, solo i vigneti migliori e più vocati, solo rese basse e tecniche di viticoltura a basso impatto, solo vinificazioni separate fino al momento della formazione della cuvèe. Il progetto Feudo Antico può contare su 15 ettari, dove il ruolo di protagonista è affidato al Pecorino e alla Passerina senza dimenticare ovviamente i più blasonati Trebbiano d’Abruzzo e Montepulciano d’Abruzzo ma con l’obiettivo di darne un’interpretazione che sia il più possibile originale. Il Trebbiano, infatti, è usato solo nel blend “bianco”, mentre il Montepulciano d’Abruzzo è vinificato in vasche di cemento e non “vede mai” il legno. Senza dimenticare che prossima uscita del passito ottenuto da uve Montepulciano, che completerà la gamma della doc Tullum.

Tullum Doc Pecorino 2010

Un bel vino da bere adesso ma che è in grado di acquisire maggiore complessità se lasciato qualche anno in cantina.

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Aurora Endrici è figlia di vignaioli trentini. Dopo studi di comunicazione e marketing del vino si è dedicata alla comunicazione del vino, in modo particolare del Friuli Venezia Giulia, Veneto e Trentino. Liberà professionista dal 2002 Aurora Endrici collabora con la sua attività Vinoè Comunicazione all’organizzazione di Ein Prosit, Mare&Vitovska e molti altri eventi nazionali. Tra le varie attività nel settore della formazione e comunicazione, Aurora Endrici è da nove anni coordinatrice della Guida Vini Buoni d’Italia ( attualmente per la regione Veneto e Friuli Venezia Giulia), e membro della Associazione Donne del Vino Friuli Venezia Giulia.

Tre domande ad Aurora

Aurora poiché tu sei una delle donne del vino italiane per eccellenza la prima domanda è d’obbligo, pertanto ti sottopongo questi dati e ti chiedo di commentarli per avere una tua visione sul ruolo e sull’influenza delle donne nel mondo del vino: il 30 % delle aziende vitivinicole italiane è gestito da donne e la percentuale sale al 59% se si tratta di aziende di famiglia; inoltre sono in costante crescita le donne agronomo, enologo, senza dimenticare ovviamente le giornaliste, le sommelier e le enotecarie. A tutto ciò aggiungiamo che in Italia, le aziende dove ci sono donne al vertice hanno avuto negli ultimi tre anni performance migliori e sono fallite meno (analisi realizzata per il CorrierEconomia).

Caro Michelangelo, ti ringrazio per la tua domanda (dalla fin troppo gentile premessa). Credimi, ogni giorno qualcuno mi pone una domanda sulle “donne del vino” di oggi: la curiosità della gente comune è forte, ma anche tra operatori del settore l’attenzione alla nostra presenza è alta. Le domande più comuni? Quante siamo, se siamo più brave degli uomini, se davvero ci piace fare il vino o parlare di vino, se e ancora se… Questa curiosità è cresciuta negli ultimi anni, sicuramente anche per i dati che citi, che non mi stupiscono ed anzi mi confortano. Le donne impegnate professionalmente nel mondo del vino italiano sono sempre di più e credo si possa considerare
questo come un elemento di forza del nostro settore. Nel mio lavoro di organizzazione eventi e comunicazione del settore io stessa mi trovo sempre più spesso a collaborare direttamente con produttrici, donne ristoratrici, donne enologo, donne export manager; direi che in dieci anni di attività la percentuale è davvero triplicata ed oggi più della metà dei miei clienti o collaboratori sono donne. Ciò che mi convince particolarmente è la tenacia di una donna: in tempi di crisi per una donna è fisiologico non mollare la presa: una donna è da sempre abituata a concentrarsi su più fronti -lavorativi e personali- bilanciando le forze (anche mentali). La ciclicità delle crisi non la
spaventa più di tanto, lo dico anche a titolo personale. Il mondo del vino, l’economia in generale hanno bisogno di un approccio di mercato più empatico, elastico e fantasioso, spesso di rottura degli schemi e la donna può completare il lavoro maschile, se non addirittura precorrerlo.

Tu sei una delle coordinatrici della guida “Vini Buoni d’Italia”, che per altro ha il grande merito di essere l’unica guida ai vini da vitigni autoctoni italiani; a questo proposito, allargando il discorso alle guide in generale, ti chiedo come vedi il loro ruolo oggi? Sono ancora uno strumento valido per indirizzare le scelte del consumatore, sono in una fase di stanca o addirittura hanno fatto il loro tempo? Non credi che oggi la miglior “guida” possibile sia visitare le cantine, parlare con il produttore, farsi raccontare il vino direttamente da chi lo fa?

Come non darti ragione Michelangelo? La mia passione per i vini è nata dapprima negli anni di vendemmia nelle vigne di mio padre, poi nella cantina di amici produttori, e poi ancora negli anni che ho trascorso ovunque nel mondo del vino dove ho potuto ascoltare e registrare passioni, sfoghi e progetti. Ogni anno quando si avvicinano le degustazioni per la Guida faccio uno sforzo su me stessa, e non da poco: assaggiare alla cieca i vini di una regione, costituisce da un lato un atto di onestà intellettuale obbligato, ma è al contempo forte sofferenza. Spesso i vini che hai “sentito” nel cuore durante l’anno -perché la filosofia o la storia del produttore ti ha lasciato un segno- non li ritrovi tra i vini premiati. La degustazione alla cieca è spietata. Premesso tutto ciò, credo semplicemente che il consumatore (ma anche l’operatore della ristorazione o del commercio del vino) abbiano maggiori conoscenze sul vino rispetto a nove anni fa quando iniziò la mia bella esperienza con la guida Vini Buoni d’Italia. Ma sono spesso conoscenze “emozionali”, “per sentito dire”, “di fazione” e raramente corrispondono a una ricerca sul prodotto, condita da umiltà. Il ruolo delle guide è sicuramente ridimensionato ma funge pur sempre da un navigatore di rotta. Ascoltando il percorso indicato puoi decidere liberamente di fermarti dove più ti interessa. La mente curiosa e l’umiltà di approccio sono la migliore attitudine per entrare nel magma del mondo vino. Anche con una guida in tasca, just in case…

Negli ultimi anni, assieme ai produttori e al Consorzio vini del Carso, sia italiano che sloveno, hai organizzato due importantissime manifestazioni come “Teranum e i vini rossi del Carso” e “Mare e Vitovska”. Credo che questo sia uno dei rari esempi italiani di fare sistema alla maniera francese, o almeno è l’aria che si respira partecipando a queste manifestazioni: grande sinergia e affiatamento tra i produttori, voglia di fare qualcosa d’importante per la propria terra! Sicuramente uno dei modi migliori per far (ri)nascere il turismo enogastronomico in una zona di grande emozione e suggestione come il Carso. Cosa ne pensi e quali possono essere le prospettive future per questo territorio, sperando che non si mettano a piantare tutti Glera!

Il Carso triestino (anzi il Carso in generale!) ha un genius loci senza pari, che mi ha fatto innamorare e come me tanta altra gente: terra, vitigni, uomini, ospitalità, tradizioni: è difficile trovare oggi un territorio viticolo così magmatico, plastico, per certi versi così tradizionale (le case, la cucina, la lingua, la struttura patriarcale delle famiglie) eppure così veloce nell’apprendere e condividere esperienze enologiche con intelligenza. La potenzialità è enorme, ma è per fortuna fisiologicamente limitata da una “terra che non c’è”… quello che invece c’è è la vis carsolina, una sorta di baricentro che accomuna la maggior parte dei produttori della zona. Non temo l’invasione della Glera, non sulle terre rosse, non nelle cantine dei tanti attori del piccolo miracolo carsolino. Non c’è fame di far bollicine in zona, credimi. Temo invece che questo “incastro perfetto” di elementi naturali ed umani possa venire monopolizzato come esempio virtuoso della viticoltura giuliana a livello mediatico e politico, generando dello stress per gli stessi produttori. Il focus sui vitigni e i vini del territorio (anche grazie a Mare&Vitovska, Teranum e ai tanti massimi premi delle giude nazionali) è ormai altissimo. Ma in Carso, e chi lo visita lo capisce subito, le cose si fanno senza fretta, con il rispetto delle esperienze di chi ha preceduto, le scelte di gruppo vanno il più possibile condivise veramente, l’ingordigia da palcoscenico non è di casa.

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L’incipit fa tanto Lina Wertmuller, ne sono consapevole, però mi serviva per porre l’attenzione su due vini di grande interesse prodotti dalla cantina umbra Novelli; mi riferisco al Rosé de Noir Sagrantino (100% sagrantino) e al Traibo un vino bianco ottenuto da uve Trebbiano Spoletino al 100%, ma andiamo con ordine.
La Cantina Novelli fa parte del Gruppo Novelli, azienda leader nel settore agroalimentare. L’idea vino di Novelli nasce nel 2000 quando in una tenuta di 30 ettari a Montefalco viene impiantato il Sagrantino; mentre a Spoleto, in una tenuta di 26 ettari, si decide di produrre vino bianco da uve trebbiano spoletino.
Fin da subito l’obiettivo dell’azienda è stato quello di riscoprire e recuperare gli antichi vitigni autoctoni dell’Umbria, in particolare il Trebbiano Spoletino “Maritato ad Acero”, vitigno dimenticato che è stato riscoperto proprio da Novelli con il fondamentale contributo del prof. Attilio Scienza.

I Vigneti di Novelli

Montefalco Sagrantino: Vigneto a corpo unico, è situato ad un’altitudine di 360 metri su di una collina che a nord-est si affaccia su Montefalco, nella zona identificata dal toponimo “Pedrelle” da cui prende il nome.  Lungo i confini risalta la presenza di querce disposte “a filare”, caratteristica degli storici limiti delle proprietà agricole.  Il clima, caratterizzato da estati calde e inverni molto freddi, ed il terreno di tipo argilloso e ricco di scheletro, consente alla vite di esprimere al meglio le caratteristiche di questo vitigno autoctono.
Il sistema di allevamento adottato dall’azienda è il “cordone speronato” con una densità di 5.000 piante ad ettaro e una resa di circa 65 q. La resa dell’uva in vino è pari al 65%.
La vendemmia viene effettuata manualmente nella prima metà del mese di Ottobre.

Trebbiano Spoletino:
Recentemente Cantina Novelli ha impiantato a Spoleto il nuovo vigneto, realizzato con il materiale genetico frutto della sperimentazione. Situato ad un’altitudine di 360 metri slm presenta esposizione nord sud. Il terreno è di medio impasto, franco e sciolto, ricco di scheletro e dotato di una buona percentuale di calcare.  La densità d’impianto è di 4000 ceppi/ettaro e la forma di allevamento è il guyot.  A questo nuovo impianto si affianca il vigneto già in produzione, situato alle pendici dei monti Martani ad un’altitudine di 380 metri slm ed esposto a sud.  Il terreno è argilloso e ricco di scheletro. Il clima, caratterizzato da estati calde e inverni molto freddi, consente alla vite di esprimere al meglio le caratteristiche di questo vitigno autoctono. Il sistema di allevamento adottato dall’azienda per questo impianto è invece il “cordone speronato” con una densità di 4.600 piante per ettaro e una resa di circa 80 q. La resa dell’uva in vino è pari al 72%.
La vendemmia viene effettuata manualmente nella seconda metà del mese di Ottobre.

I Vini degustati

Rosé de Noir Sagrantino Brut 2008
Bollicine metodo classico prodotte esclusivamente con uve Sagrantino della tenuta Novelli a Montefalco, ma elaborate in Francia, precisamente in Alsazia, per poi tornare in Italia a maturità raggiunta. La consulenza per la produzione è affidata a Bertrand Praz, enologo della Cantina Wolfberger (famosa per i suoi Cremant d’Alsace). Comunque era inevitabile che nel territorio umbro si producessero bollicine visto già nel 1622 il monaco benedettino Francesco Scacchi nella sua opera “De Salubri Potu Dissertatio”, anticipava di 50 anni il confratello Dom Perignon che poi fu molto più bravo nel marketing attribuendosi la paternità dell’arte spumantistica. Di Bel rosa antico, perlage sottile e persistente; al naso piccoli frutti rossi, in bocca il tannino del sagrantino si sente ma è lieve. Sicuramente ha ampi margini di crescita, magari aumentando il periodo di affinamento sui lieviti.

Traibo – Trebbiano Spoletino 2008 (bottiglia 78/2266)
Dopo otto anni di lavoro e grazie alle preziosissime ricerche condotte dal Prof. Attilio Scienza, il Trebbiano Spoletino, nella caratteristica tecnica di coltivazione “maritata ad acero”, è stato salvato dall’estinzione. Cantina Novelli, con uve provenienti da piante pre-fillossera, con età che oscilla cioè tra gli 80 e i 100 anni, ne ha prodotte solo 2266 bottiglie. Giallo oro, naso intenso con le note fruttate in evidenza (albicocca disidratata, frutta cotta) e poi miele, vaniglia, zafferano e torrone. Grande morbidezza e acidità, buona la sapidità. Quello che promette il naso si ritrova perfettamente in bocca, con una persistenza notevole. Imperdibile, m’iscrivo subito al club del Traibo.

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Sono innamorato dei vini bianchi provenienti dai suoli di origine vulcanica. Il colpo di fulmine è arrivato grazie ai vini dei Campi Flegrei  e ogni qual volta mi capita l’occasione di degustare  quella tipologia di vini, provo una particolare emozione e mi ci accosto sempre con grandi aspettative. Questa volta i suoli vulcanici sono del  Veneto, per la precisione siamo a Terrarossa di Roncà, un comune a est di Verona, al confine con la provincia di Vicenza. La zona di origine vulcanica è situata presso il monte Calvarina e i vini sono dell’azienda di Antonio e Giovanni Fattori.
La storia dell’azienda Fattori inizia, più di cento anni fa quando Antonio Fattori, classe 1888, decide che si può andare anche oltre la produzione di vino a esclusivo uso familiare.Per i primi impianti sceglie le pendici del Monte Crocetta a Terrossa e quelle del Monte Calvarina a Roncà. L’azienda passa poi in mano al padre degli attuali proprietari e dalla fine degli anni ’70 si arriva all’assetto attuale con Antonio e Giovanni Fattori (già, il nome Antonio ricorre spesso in famiglia…). Antonio Fattori, studi in enologia, si dedica alla ricerca e alla sperimentazione per raggiungere uno stile che sia sicuramente tipico del “Soave”, ma anche molto personale; a conferma di ciò basta assaggiare il Motto Piane Soave Doc per capire cosa intendo dire.

I Vigneti di Fattori

I vigneti Fattori si trovano su terrenidi natura basaltica, di solito neri, ma a volte anche rossi,ed è per questo motivo che la località dove ha sede l’azienda si chiama Terrarossa.
I vigneti sono situatitra i 150 ai 450 metri slm. La scelta non è casuale poiché, i mutamenti del clima richiedono di spostare il limite delle coltivazioni sempre più in alto per ottenere maggiore freschezza,concentrazione dei profumi, acidità e mineralità.
Ovviamente è l’uva garganega a farla da padrona, ma si coltiva anche la durella ed il trebbiano di Soave e due piccoli vigneti di sauvignon e pinot grigio.

Il progetto Valpolicella
I fratelli Fattori hanno deciso di investire nella Valpolicella con l’obiettivo di affiancare alla loro produzione esclusivamente “bianchista” anche due rossi, un Amarone e un Ripasso. A Montecchia di Crosara è stata acquistata una proprietà di 12 ettari in località Col de la Bastia (altitudine 400 metri). La tipologia del suolo (calcarei frapposti a basalti), uniti all’altitudine e alla costante ventilazione, creano le condizioni ideali per la Corvina.

I Vini degustati

Runcaris – DOC Soave Classico 2010
È il vino base dell’azienda, da uve 100% Garganega. Belle note di frutta, leggero e sapido,; non contiene solfiti aggiunti. E’ il Soave giusto quando vuoi un Soave!

Roncha – Bianco del Veneto IGT 2010
Da uve Garganega 50% (di cui il 5% da uva appassita per 5/6 mesi), Pinot Grigio 20%, Trebbiano di Soave 20%, Durella 10%. Davvero interessante questo vino di Fattori; Una bella intensità di profumi al naso: agrumi, mela golden, mentuccia e camomilla. In bocca ha una bella morbidezza e freschezza.

Motto Piane –  DOC Soave  2010
Da uve Garganega 100%, in appassimento per 40 giorni. Eccolo il vino del vulcano, da riassaggiare tra qualche anno quando acquisirà ulteriore complessità, virando su toni decisamente minerali. Dorato, grande consistenza (non poteva che essere così visti i 14,5°), grande complessità di profumi (albicocca disidratata, frutta esotica, vaniglia). Sa essere potente ma morbido allo stesso tempo, bella la freschezza  e la sapidità, così come la persistenza. Un grandissimo Soave.

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In viaggio verso Santa Maria di Leuca, passando per Lucugnano (borgo nelle vicinanze di Tricase), per un puro caso il mio sguardo si fa catturare da un castelletto situato in una piazza; faccio appena in tempo a leggere la scritta “trattoria” che campeggia sulle antiche mura, ma è un attimo, nonostante la velocità della macchina non sia elevata sono già passato oltre. Non so perché ma qualcosa mi dice che in quel posto si mangia bene e visto che a Santa Maria di Leuca, non è consigliabile mangiare, almeno questo mi hanno detto gli autoctoni, al ritorno mi fermerò proprio al Castello (naturalmente dando un occhio anche ai prezzi, perché la vacanza è lunga e io non sono milionario).

Il Castello di Momo – Trattoria tipica con cucina
Ho deciso di scrivere del Castello di Momo, tra tutti posti in cui sono stato a mangiare nella mia recente vacanza nel Salento, perché solo in quel luogo ho trovato la “tempesta perfetta”: qualità del cibo notevole, ambiente molto evocativo, cortesia e attenzione al cliente, carta dei vini se pur contenuta, ricca delle perle del Salento e non ultimo un ottimo rapporto qualità/prezzo.
Tanto per rendere l’idea, la trattoria è situata all’interno di un castello del cinquecento, che era la sede del Palazzo Baronale dei Capece, nobile famiglia di terra d’Otranto. Di quell’antico castello oggi rimane solo il torrione e anche se la restante parte è stata oggetto di vari rimaneggiamenti, rimane immutato il fascino di un luogo che è davvero magico.

Al Castello di Momo potrete davvero gustare la cucina tipica salentina con i piatti preparati secondo le antiche ricette della tradizione. Stupendo l’antipasto della casa fatto con polpette alla menta, crocchette di patate e di melanzane, verdure grigliate, ortaggi gratinati, parmigiana, pitta di patate, ingannamariti, peperonata. L’antipasto dei Fritti fatto con le Pittule o Pettole, davvero da urlo (tanto per essere prosaici).

Poi i primi con la pasta (orecchiette, sagne, la tria, ecc.) lavorata rigorosamente a mano e i secondi: Involtini al sugo di pezzetti di cavallo, grigliata mista di carne, tagliata con pomodorini rucola e grana, filetto con pesto di rucola, con crema di funghi o al pepe verde, polpo (o calamaro) alla pignata. E per finire i dolci: dallo spumone (gelato artigianale preparato secondo una ricetta tradizionale) e i dolci della casa come crostate alla frutta e il pasticciotto alla crema da accompagnare con un buon caffè o a delle grappe o dei distillati.
Senza tanti giri di parole davvero imperdibile!

Il Vino
Anticaia Salice Salentino Rosato Dop 2010 – Cantina San Donaci
Negroamaro 90 %, Malvasia 10 %
Uno splendido rosa cerasuolo. Al naso, oltre alla frutta (delicati sentori di sottobosco) e ai fiori (petali di rosa) anche un leggero sentore di carne. Bella la freschezza e la sapidità, in grado di abbinarsi perfettamente alle varie pietanze della cena. Un vino dal grande rapporto qualità/prezzo. Da bersi rigorosamente fresco.

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