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Archivio per novembre 2011

Entro la fine dell’anno sarà presentata in Regione la domanda per il riconoscimento della DOC Friuli Venezia Giulia.  Sono anni che se ne discute e questa volta pare che il progetto sia in dirittura d’arrivo. A scanso di equivoci diciamo subito che la nuova DOC regionale non andrà a sostituire le attuali DOC che rimarranno tali e quali, sarà il produttore a scegliere quale DOC utilizzare quando immette il vino sul mercato; la nuova DOC ha quindi una mera funzione commerciale. Tutto facile quindi, tutti d’accordo? Niente affatto! Ad esempio, il Consorzio Collio e Carso al momento non ritiene di aderire al comitato che presenterà la domanda. Questa posizione mi ha molto incuriosito e conferma alcuni dubbi che ho in merito alla nascita di questa DOC; ovvero che ci possa essere un appiattimento della qualità verso il basso che può essere facilmente mascherata sotto le spoglie della DOC regionale. Fa poi impressione la “liberalizzazione” dei contenitori prevista dal disciplinare che consente di utilizzare la bag in a box. Sappiamo tutti che alla fine il vino deve essere venduto e che l’uso della bottiglia non è sinonimo di qualità, ma per me che sono un inguaribile romantico, anche solo l’ipotesi di mettere, non dico un grande vino ma semplicemente un buon vino nella bag in a box o nel brik è davvero offensiva; soprattutto dopo tutte le fatiche fatte per consentire al vino friulano di diventare il prodotto di eccellenza che è oggi, mi sembra uno spaventoso passo indietro. Per approfondire la questione e per capire le ragioni del rifiuto dei produttori del Collio e Carso, ho posto la questione a due grandi nomi come Nicola Manferrari, Roberto Felluga, ecco cos’è emerso:

Roberto Felluga

Vorrei fare una premessa: non ricordo quando, all’incirca una ventina di anni fa, le nostre istituzioni, sollecitate non so da chi, avevano proposto di anticipare al nome di ogni denominazione la parola Friuli. Il Collio, vuoi anche per la sua eterogeneità, non aveva accettato tale proposta. Contemporaneamente però avrebbe considerato e ben visto la nascita di una Doc Friuli di base, per tutta la produzione regionale. Tale iniziativa venne anche approvata da una delibera consigliare del Consozio Collio, ma poi,  le nostre istituzioni non trovarono interessante questo progetto. Allora, Presidente del Consorzio Collio era il Conte Douglas Attems.

Ora, sentire il nostro assessore ed alcuni presidenti di altre denominazioni che accusano il Consorzio Collio di essere disfattista e di non avvallare la proposta di creare una Doc Friuli, la trovo una cosa alquanto singolare. Non corrisponde a verità che il Consorzio Collio non sia stato e non sia d’accordo sulla nascita di una Doc Friuli, tant’è che aveva presentato un suo disciplinare.

In verità non è d’accordo di creare una Doc Friuli con un disciplinare come l’attuale che propone una produzione troppo ampia (erano partiti con 150 quintali per ettaro e d’ora sono arrivati a 140 con la possibilità, in certe annate, di aumentare la raccolta del 20%). Troppo ampia anche la tipologia di vitigni, inclusi gli autoctoni, ed infine la possibilità di utilizzare, come recipienti, i bag in box o brik.

Potrei comunque continuare ad elencare altre considerazioni negative su tale disciplinare, come è stato proposto oggi da alcune realtà del settore ed avvallato dal nostro assessore, ma mi dilungherei troppo. Mi fermo qui, ma vorrei evidenziare ancora alcuni punti:

  • L’assessore Violino vorrebbe convogliare soprattutto (così si è espresso) le risorse pubbliche sul marketing della Doc Friuli; immaginiamoci se in Toscana decidessero di non appoggiare principalmente la Doc Chianti o la Doc Montalcino;
  • Avrei gradito che il nostro assessore, così come altri produttori cha appoggiano questo tipo di disciplinare per la Doc Friuli, avessero fatto fare un’ indagine a livello mondiale sulle tendenze di mercato dei prossimi anni (se è stata fatta, io  non l’ho mai vista). Non si rendono conto che, partire già con un progetto orientato non sulla qualità, ma solo sulla quantità e sul prezzo, in competizione con molti paesi emergenti e con i nostri costi di gestione, sarebbe un suicidio annunciato. Capisco che ci possa essere un progetto sul vino quotidiano, ma comunque ci deve sempre essere una qualità ed un’immagine da proporre;

Ecco perchè il Collio ha detto no a questa Doc Friuli.

Ed infine, anche se l’argomento non è direttamente correlato a quanto sopra scritto, sarei curioso di sapere dall’assessore, visto che sta spendendo i dieci milioni di euro per il Friulano, senza un progetto mirato (ad esempio nel 2011 ha investito sul Noè; il prossimo anno ha già dichiarato al Comune di Gradisca d’Isonzo che non stanzierà un euro per il 2012), se sa cosa pesa questo vitigno sull’economia vitivinicola del Friuli Venezia Giulia (per conoscenza gli ettari di tocai friulano in Italia sono diminuiti da 4699 ettari nel 2000 a 1419 nel 2010) se ha chiesto ai produttori se sono d’accordo di investire in promozione su questo vitigno o magari più incisivamente sul altre varietà. Il nostro assessore aveva già chiesto all’inizio del suo mandato indicazioni ad alcune aziende che hanno più visibilità e successo sul mercato (quelle che tengono alta la bandiera del vino friulano) su quali punti potevano essere avviati dei progetti di promozione. Alla fine di tutti i discorsi, Violino voleva sentire le cantine sociali; purtroppo, a parte alcune realtà che lavorano bene, sappiamo che il mondo delle cooperative vitivinicole nella nostra regione non ha ottenuto grandi risultati.

Nicola Manferrari

Narra la Genesi che gli uomini un tempo fossero capaci di comprendersi parlando fra loro la stessa lingua. Vollero allora costruire una torre tanto alta da raggiungere il cielo. Disse il Signore: “essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; (…) ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”. E come si sa, la Torre di Babele rimase incompiuta. Mi viene ora a mente un secondo pensiero che fu del grande Luigi Veronelli: “Il vino è il canto della terra verso il cielo”. Più modestamente, dopo le due autorità precedenti, il terzo pensiero è mio: il cielo potrebbe non riuscire a udire il canto della nostra terra se qualcuno ci confonde il linguaggio.

Infatti, a seguire il dibattito nato intorno al progetto di una DOC Friuli, si prova la sensazione sgradevole di assistere a un incomprensibile dialogo fra sordi. Ecco che quando le parole sono talmente usurate da suonare incomprensibili sorge la necessità delle definizioni. Vediamo cosa significa l’acronimo DOC o meglio DOP (denominazione di origine protetta che ha ereditato la vecchia DOC) ai sensi della normativa italiana. D.L 61/2010 Capo 1 Art. 1: “Per denominazione di origine protetta (DOP) dei vini si intende il nome geografico di una zona viticola particolarmente vocata utilizzato per designare un prodotto di qualità e rinomato, le cui caratteristiche sono connesse essenzialmente o esclusivamente all’ambiente naturale ed ai fattori umani.”

La DOP Friuli si propone di designare i vini ottenuti da gran parte del territorio regionale. Dal momento che sembrerebbe non sussistere in regione una pratica vinicola unica e caratterizzante le produzioni viticole soggette alla nascitura denominazione (pensiamo ad esempio al Marsala) ma piuttosto una pluralità di tecniche di vinificazione diverse fra loro e peraltro comuni a molte altre zone vinicole di fuori regione, non possono essere i “fattori umani” a caratterizzare la qualità dei vini prodotti. Dunque il compito di assolvere al requisito alla base della normativa non può che essere affidato ai fattori ambientali che, banalizzando, sono terreno e clima. Parliamo di una zona ampia, orograficamente non omogenea fatta di pianura e colline ove peculiari caratteristiche microclimatiche unificanti sono da escludersi così che il carattere climatico è simile a quello di ampie zone del pianeta collocate a una simile latitudine. Ecco che restano solamente i suoli. E qui, di nuovo banalizzando e trascurando le aree a ridosso del mare, possiamo dire che esistono nel Friuli del vino almeno tre tipi di suoli molto diversi fra loro. Una grande pianura alluvionale fatta di ciottoli tondi, delle colline di marna e arenaria originatesi sul fondo del mare, dei suoli carsici, quando il Carso è studiato persino dai bambini a scuola come fenomeno geologico unico. Mi chiedo come ragionevolmente si possa sostenere che suoli così differenti fra loro possano garantire una qualità superiore “le cui caratteristiche sono connesse essenzialmente o esclusivamente all’ambiente naturale”.

La legge si propone di tutelare il consumatore certificando l’originalità del prodotto proteggendolo così da eventuali imitazioni che possano trarlo in inganno. In sostanza si mette a servizio del pubblico affinché questo possa ritrovare un vino avente precise caratteristiche legate a un luogo. Dunque si comprende che l’intento di creare una DOP regionale nasce di per sé da una bugia. Potrebbe essere che gran parte dei protagonisti, così come i costruttori della torre di Babele, abbiano smarrito il senso delle parole e dunque agiscano in buona fede, tuttavia la sostanza non cambia così come le conseguenze a carico del consumatore e dei produttori di buona volontà.

Infatti la legislazione ha inteso proteggere situazioni come quella sopra descritta con lo strumento della indicazione geografica protetta (IGP) con la quale “si intende il nome geografico di una zona utilizzato per designare il prodotto che ne deriva e che possieda qualità, notorietà e caratteristiche specifiche attribuibili a tale zona” dove il legame richiesto fra carattere del prodotto e ambiente naturale di origine è molto più labile.

Molti concordano che debba essere questa nuova denominazione Friuli una DOP “di ricaduta”, ovvero una sorta di pattumiera caratterizzata da griglie più ampie nella quale far convergere tutte le produzioni meno adatte a essere designate con le DOP principali. In questo caso si tratterebbe di uno strumento tecnico, comunque di una bugia, ma intelligente. E in tal caso vietare l’uso di contenitori alternativi andrebbe in contrasto con l’esigenza di veicolare sul mercato le eccedenze della Regione. Ma ecco fra politici, produttori e sommelier l’insurrezione dei puristi, degli indignati, degli etici. “Come si può pensare di bruciare il prestigioso brand “Friuli”  (qualcuno nel mondo lo conosce?) per caratterizzare un prodotto di qualità inferiore?” si dice “mettiamo paletti più stretti, pretendiamo rese più basse, chiediamo qualità per il vino che porterà il nome della nostra Regione”. E potrebbero in parte pure avere ragione ma il problema sta tutto nella bugia iniziale, si può far fare una buona figura alla Regione associandone il nome a una bugia? Ma poi, bugie a parte, le DOP principali che ci starebbero a fare? Se, ragionando per assurdo, tale DOP dovesse davvero assurgere a portabandiera enologica regionale inevitabilmente entrerebbe in concorrenza con le altre DOP sottraendo loro visibilità e prodotto finendo quindi per indebolirle, già che una carenza di massa critica di qualità è il male endemico delle nostre denominazioni. Dunque, con il linguaggio s’è forse un poco smarrito il senno e sembra ci si dimentichi che DOP di collina come Collio, Carso e Colli orientali del Friuli sono lì per aiutare il consumatore a riconoscere vini prodotti da uve che all’origine possono costare anche dieci volte più di altre. Forse oltre al linguaggio e al senno, alcuni potrebbero aver smarrito pure quel buon senso contadino un tempo patrimonio di tutti o quasi gli abitanti di questo ex agricolo Paese secondo cui se si abbandonano all’incuria i suoli di  montagna e di collina in luoghi fortemente antropizzati si va incontro a una sicura devastazione ambientale. Invece nelle nostre colline orientali si è verificato un miracolo che in altri luoghi della penisola non è accaduto: alcuni produttori, con la caparbietà propria dei contadini, hanno posto le basi per poter competere grazie a una qualità superiore riconosciuta con prodotti di altre zone molto meno costosi. Infatti, un contadino di montagna e di collina, a differenza di altri operatori economici, produce oltre che merci, da cui può trarne un reddito collocandole sul mercato, servizi ambientali offerti gratuitamente alla collettività. Ecco, il senso di una DOP vera è proprio questo: proteggere dalle devastazioni di ogni tipo luoghi fragili con le loro produzioni per renderli fruibili a chiunque lo desideri. Sarebbe bello che fra tanti, almeno la giunta del “montanaro” Tondo fosse capace di comprendere tali ragioni.

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Forse il titolo è causa del millenarismo evocato dal ormai prossimo 2012, però mi serviva per rappresentare, in maniera decisa, un’idea di cambiamento che sento impellente tra coloro che il vino lo fanno, lo divulgano e naturalmente lo bevono.  Il caso ha voluto che qualche settimana fa, oltre al consueto e costante scambio d’idee on line tra blogger, la città di Gorizia ospitasse un convegno denominato: “Opportunità e minacce per i vini bianchi d’eccellenza”. L’appuntamento, per quanto mi riguarda, ha segnato una svolta, e non  tanto per aver appreso delle mirabolanti opportunità che i nuovi e vecchi mercati possono offrire ai vini bianchi o per le pre/visioni del futuro del guru di The Wine Advocate, ma quanto per due interventi che da soli valevano il “prezzo del biglietto”. Il primo di Antonio Calò, presidente dell’Accademia della Vite e del Vino, che in realtà è racchiuso tutto in una considerazione fatta circa a metà del suo intervento; Calò dice: “ Il vino è una bevanda non necessaria al sostentamento dell’uomo ma è fondamentale per la qualità della vita dell’uomo”; caspita che botta! Non è quello che si dice anche dell’arte e della cultura?Allora basta ipocrisie, il vino, quello vero, quello fatto con l’anima, quello che ha una storia da raccontare, ha la stessa sostanza di un’opera d’arte e non necessariamente deve essere costoso, infatti, anche un cd di Glenn Gould o le sei suites per violoncello di Bach si possono comprare per una decina di euro.  Se non succede questo, se non c’è quest’alchimia, il vino diventa una semplice e triste bevanda alcolica, capace di esaltare solo i venditori di aspirapolvere alle fiere!

L’altro intervento è quello dall’americano Paul Wagner di Balzac Consulting che ha invitato i produttori, intenzionati a introdurre il loro vino nel mercato americano (e non solo), ad abbandonare il desueto linguaggio tecnico per iniziati; basta parlare di densità d’impianto, di controllo delle temperature, ecc; ed io aggiungo: Ha davvero tanta importanza sapere se i tini usati per la fermentazione erano tronco conici? Ha davvero senso questa rincorsa onanistica a riconoscere venti sentori in un vino? Chi ama veramente il vino rifugge dalla chimica contabile applicata alla bottiglia; chi ama veramente il vino ha bisogno di storie, di emozioni; ad esempio di un Marko Fon che mentre ti porta a vedere le vigne ti racconta della terra e dei sassi del Carso e ti dice che in lingua slovena la parola “prodotto” ha un’etimologia diversa a seconda che ci si riferisca all’industria o all’agricoltura; “Proizvajati” per indicare il prodotto industriale e “Pridelati” per indicare il frutto della terra. La gente slovena rivendica con orgoglio la necessità di non voler confondere le due cose, mentre da noi tutto è drammaticamente indicato con la parola “prodotto”. Oppure, ad esempio, di uno splendido pomeriggio d’inizio autunno dove hai la fortuna sfacciata di bere un trebbiano di Valentini del 1999 e dopo due ore dalla degustazione (e non sto esagerando) senti che è ancora tutto lì nella tua bocca e nel tuo cervello e non va via, come un bacio o un pensiero d’amore!

Ricomincerò da qui in questa nuova casa de “La stanza del vino”!

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Merano, Bio&dinamica 2011, l’Emilia Romagna sale in cattedra. Due le cantine che mi hanno notevolmente sorpreso, Le Barbaterre e Tenuta di Aljano entrambe situate nella Doc dei Colli di Scandiano e Canossa.

Le Barbaterre
Cominciamo col dire che i vini li fa una donna, Erica Tagliavini. Un nome un destino, solo che qui non si taglia niente, anzi si prediligono solo vinificazioni in purezza. I vitigni (8,5 ha) si trovano a 330 metri d’altezza a Quattro Castella in provincia di Reggio Emilia, in particolare ci troviamo nel cuore delle “Terre Matildiche”, un territorio pressoché incontaminato che deve il suo nome a Matide di Canossa. Nonostante al Pavillon des Fleurs (il luogo che ospita Bio&dinamica) non ci sia il “delirio organizzato” del Kurhaus e si riesca a degustare in maniera decisamente più rilassata, credo che un viaggio in Emilia, per assaggiare i vini di questa cantina con la calma che meritano, sia d’obbligo e poiché l’azienda agricola ha un agriturismo annesso, non resta che mettere due cose in valigia e partire!

I vini degustati

Lambrusco dell’Emilia IGT 2009
(Grasparossa, Salamino, Malbo Gentile)

Lambrusco ti amo e questo de “Le Barbaterre” è davvero notevole! Rifermentazione in bottiglia sui lieviti, bei profumi di frutta rossa al naso e molto concentrati, in bocca invece è molto equilibrato! Un vino rilassante ma non per questo semplice!

Sauvignon Metodo Classico 2008 in magnum
(100% sauvignon)

La sorpresa della giornata, una meraviglia! Al naso nessun ricordo del vitigno d’origine, note floreali e fruttate, in bocca è netto con una grande personalità! Uno tra i più buoni metodo classico assaggiato nel corso del 2011!

 

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È possibile assaggiare un Pinot Bianco della veneranda età di 54 anni e trovarlo in piena salute, anzi direi bello pimpante? Non solo è possibile ma è anche successo sabato 5 novembre 2011 all’Hotel Terme di Merano durante la degustazione, di dieci annate del Pinot Bianco Vorberg, organizzata dalla Cantina Terlano. I bianchi invecchiati sono un mio chiodo fisso; continuo a pensare che tutti quei produttori che non “dimenticano” in cantina un certo numero di bottiglie del proprio vino, per saggiarne gli effetti del tempo, siano solo dei commercianti senz’anima, privi del sacro fuoco dell’arte che è indispensabile per fare vino buono! Ovviamente non tutti i bianchi possono essere invecchiati, serve il Terroir, ci vuole l’alchimia; ma se sei un vignaiolo e hai la fortuna di avere dei vigneti, ad esempio, nel Collio, a Terlano, nei Campi Flegrei o a Soave, non puoi commettere questo sbaglio, sarebbe davvero imperdonabile. Il Cru di Pinot Bianco Vorberg, oggetto della fantastica verticale, si trova per l’appunto a Terlano; un terroir davvero particolare per l’Alto Adige. Nel terreno, infatti, troviamo la roccia vulcanica con un’alta concentrazione di porfido che regala ai vini bianchi complessità e naturalmente longevità.

La Cantina Terlano, conscia di queste potenzialità, ha deciso di fare dell’invecchiamento filosofia produttiva, e, pertanto nella Vinoteca si possono trovare tutte le annate a partire dal 1955, senza dimenticare che in vasca ci sono ancora le annate che arrivano fino al 1979. Non è casuale che i vini conservati in quella sorta di biblioteca del vino partano dal 1955; infatti, a partire da quell’anno e fino al 1993, il capo cantiniere (kellermeister) di Terlano è stato il grande Sebastian Stocker che aveva “l’abitudine” di lasciare i vini sur lie per tempi molto lunghi, dapprima in botte grande da 50 a 100 hl per poi passare ai fusti d’acciaio da 2500 litri dove il vino transitava dai 10 ai 30 anni, per finire con un affinamento in bottiglia di almeno 4/5. Questa sistema di lavoro è conosciuto come il “metodo Stocker” che l’enotecnico attuale della cantina, Rudi Kofler, utilizza ancora. Di norma, per ogni annata, vengono messe via, un migliaio di bottiglie da 0,75 l e 5000/6000 magnum che poi nel corso del tempo verranno rimesse sul mercato proprio per far capire le potenzialità d’invecchiamento del vino e per dimostrare che bevendo il Pinot Bianco Vorbeg troppo giovane, mi si passi il termine, si commette un infanticidio!

Il Cru Vorberg
Il vigneto Vorberg è disposto su 10 ettari ad un’altitudine compresa fra 500 e 900 metri per un’età, media dei vigneti compresa tra i 20 e i 25 anni.

La degustazione
In merito alle annate in degustazione, Klaus Gasser (Direttore Marketing) ci tiene a precisare che non sono state scelte solo le grandi annate, perché questo è un discorso molto relativo, in quanto anche le annate che all’inizio erano considerate mediocri con il tempo hanno assunto carattere e complessità inaspettate.
I vini sono serviti a temperatura ambiente per meglio coglierne tutte le sfumature!

Vorberg Pinot Bianco 1957: annata di grande struttura, con rese molto limitate anche se siamo nel 1957. Finezza e grande complessità al naso (frutta matura, miele, spezziatura), note ossidative davvero eleganti, da grande champagne. È un’emozione unica assaggiare un vino che ha 54 anni, è quasi come………

Vorberg Pinot Bianco 1971: vino che ha dell’incredibile; quarant’anni sulle spalle portati con un’eleganza e una freschezza uniche; sfido chiunque, in una degustazione alla cieca, a riconoscerne l’età. Al naso è complesso, grande equilibrio e persistenza, uno dei miei preferiti in assoluto tra i dieci degustati.  Dimenticavo, il 1971 è stata per Terlano una grande annata!

Vorberg Pinot Bianco 1980: un’annata “ normale” per Terlano, meno male dico io! Grande finezza e freschezza bel naso fruttato e sono sempre trent’anni. Che eleganza!

Vorberg Pinot Bianco 1993: grandissima annata che naturalmente si sente tutta nella complessità aromatica dovuta anche ad una leggera surmaturazione delle uve.

Vorberg Pinot Bianco 1999: annata media a Terlano, il vino è elegante, con sapidità e freschezza in evidenza.

Vorberg Pinot Bianco 2001: Un’altra annata media a Terlano; un vino che ha una bella struttura e complessità

Vorberg Pinot Bianco 2002: Annata difficile in Italia, ma non a Terlano dove invece c’è stata una grande vendemmia grazie alla bassa pressione e al vento FON che teneva lontana la pioggia; notevole anche l’umidità che in taluni casi ha “botrizzato” le uve nella maniera giusta. Vino di grande equilibrio bella struttura e armonia; naso complesso, grande persistenza, un vino strepitoso, un altro gioiello della collezione!

Vorberg Pinot Bianco 2004: Vino non di grande struttura e complessità ma comunque elegante e fine

Vorberg Pinot Bianco 2006: Grande annata, profumi intensi che devono ancora trovare equilibrio, sarà grande tra qualche anno.

Vorberg Pinot Bianco 2009: eccola l’ultima annata appena messa in commercio; la filosofia di Terlano è tutta qui e si esprime tra il monumentale 1957, ancora in grado di emozioni e l’infante 2009 dove la grande materia prima si sente tutta, ma i profumi sono esuberanti e non ancora equilibrati. Nonostante l’annata molto complessa, il vino ha bella struttura e intensità, dimostra di avere un ottimo potenziale! Ci rivediamo nel 2019 (toccando ferro)!

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Esistono in Italia delle cantine  che per storia, fascino, carisma dei loro proprietari e qualità dei vini prodotti (nel caso specifico metodo classico), possono guardare a testa alta le più blasonate maison di champagne; naturalmente a patto che non si facciano paragoni inappropriati, lo champagne resta champagne punto e basta. Paradossale? No, se parliamo de La Scolca. La famiglia Soldati ha saputo, con intelligenza e lungimiranza, trovare una via indipendente e personale alle bollicine, spumantizzando  l’autoctono Cortese, con risultati davvero importanti.
La Scolca ha più di novant’anni (novantadue per la precisione); fu Giovambattista Parodi, bisnonno dell’attuale proprietario Giorgio Soldati, ad acquistare la tenuta nel 1919. Il nome dell’appezzamento derivava dall’antico e profetico toponimo Sfurca (Guardare Lontano); qui, in una zona strategica di grande passaggio, era situata una postazione militare di vedetta che ha lasciato traccia nella torre che attualmente sovrasta la proprietà. Nel 1919 il terreno era in parte coperto da boschi, in parte coltivato a grano; fu il figlio del Parodi, Alfredo a impiantare i primi vigneti di Cortese da cui ricavava un vino per le sole necessità familiari; ma il primo a rendersi conto delle enormi potenzialità enologiche di quell’area fu Vittorio Soldati, genero di Alfredo e cugino dello scrittore Mario.

La storia del Cortese a Gavi, inizia verso la fine del 1800 per merito del marchese Cambiaso che per primo impiantò i vigneti di Cortese nella sua tenuta; lo scopo era farne un vino di prestigio da offrire agli ospiti; di lì a poco molti lo seguirono e i vigneti di Cortese cominciarono a moltiplicarsi in tutto il territorio di Gavi; in breve tempo si passo dal consumo personale alla vendita; ma quel vino aveva un limite, anche se corposo, a causa delle scarse conoscenze enologiche del tempo, si ossidava facilmente, quindi alla lunga poco remunerativo. Fu per questo motivo che non appena Cinzano e la Martini & Rossi s’iniziarono a interessare al Cortese, per farne le basi dei loro spumanti, i produttori vendettero subito il loro vino, così almeno ì guadagni erano certi. Il destino del Cortese di Gavi era destinato all’oblio, ma fu la famiglia Soldati dopo la fine della seconda guerra mondiale a salvarlo grazie alla creazione di un vino bianco moderno, profumato e beverino, per il Cortese fu la salvezza e per il  Gavi fu l’inizio del prestigio internazionale di cui oggi gode.

Il Millesimato D’Antan
Il Vino è lavoro, lo spumante è passione diceva Mario Soldati, illustre parente di Giorgio Soldati che assieme alla figlia Chiara e alla moglie Luisa conduce La Scolca. Già, la passione; fare un vino spumante negli anni ’70 deve essere stata un’impresa ardua, se poi pensiamo che l’idea era di spumantizzare un vitigno autoctono, il Cortese, l’impresa assume toni epici.
A Giorgio Soldati l’idea di fare uno spumante metodo classico da uve Cortese in purezza, era venuta assaggiando dei vini di vecchie annate che sfatavano il luogo comune che il Gavi fosse un vino da bere esclusivamente giovane; con l’invecchiamento le sue caratteristiche giovanili di spigolosità e ruvidezza si trasformavano in armonicità, rotondità ed eleganza. Fu proprio Mario Soldati nel 1972 ad assaggiare, in occasione di una sua inaspettata visita alla tenuta, alcuni campioni di vino che poi sarebbero diventati la “Liquer d’èxpedition” dello spumante dei Soldati. La prima annata fu messa in commercio nel 1977, quando ancora si poteva usare la menzione “metodo champenois”. Questo fa di Giorgio Soldati un pioniere della spumantistica italiana se consideriamo che la Franciacorta era di la da venire e nel trentino l’unica realtà di rilievo erano le cantine Ferrari.
Nasce così l’idea de La Scolca brut millesimato d’Antan e della Riserva Gavi dei Gavi d’Antan fermo, entrambi prodotti da uve Cortese in purezza utilizzando metodi di lavorazione artigianali che elogiano la lentezza; infatti, l’invecchiamento è di almeno 10 anni a contatto con i propri lieviti.

I Vini degustati

Gavi dei Gavi d’Antan 2000
Ottenuto con una selezione di uve Cortese di Gavi in purezza solo in grandi annate. In parte macerato sulle bucce, l’affinamento può durare fino a 10 anni unicamente in vasche d’acciaio e sui lieviti autoctoni di prima fermentazione “Sur Lie” sino all’imbottigliamento. Imbottigliato per decantazione e senza filtrazione. Da qualche annata, la famiglia Soldati ha scelto la strada del vino da tavola abbandonando la DOCG Gavi.
Per una volta tanto si può usare serenamente il termine mineralità; un naso intenso di agrumi con una freschezza e una sapidità uniche. Proverbiali eleganza e armonia per uno dei più grandi vini bianchi italiani!

Riserva D’Antan brut 1999
Metodo classico da uve Cortese in purezza matura sui propri lievi almeno 10 anni.
Un vino spumante con uno stile davvero unico, capace di ammaliare, sedurre, come un grande champagne solo che va per la sua strada senza imitare nessuno; di grande eleganza e soprattutto capace di sfidare il tempo. Immenso!

Riserva D’Antan Rosè brut 1999
Metodo classico da uve Cortese per il 95% e il rimanente 5% di Pinot Nero, matura sui propri lievi almeno 10 anni.
Ramato, al naso è complesso: carne, melograno, ribes, rosa. Di grande struttura e persistenza. Un vino fatto per l’amore.

Dirò subito che mi considero anch’io, del vino, un amatore inesperto. È vero, i “viaggi d’assaggio”, che racconto nelle pagine seguenti, mi hanno istruito un pochino: ma il loro risultato più apprezzabile è stato di misurare, dopo anni di esperienze enologiche, quanto sia vasta ancora la mia ignoranza, e l’arte del vino quanto difficile.
Per esempio. Uno degli errori più gravi e più comuni in cui oggi incorrono molti consumatori di vino è di credere che un certo vino, riconoscibile al nome e all’etichetta, debba essere sempre uguale a se stesso, e sempre buono se una volta è stato trovato buono: di chiedere, dunque, al commerciante un vino che risponda a requisiti di “continuità”. L’errore deriva senza dubbio da un inconscio adeguarsi alla produzione industriale di tanti altri beni di consumo.
(Mario Soldati, dall’introduzione di “Vino al Vino” 1975)

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