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Archivio per dicembre 2011

Ogni tanto me la guardo la mia bottiglietta di acquavite di Moscato Fior D’arancio, c’è un’etichetta che indica il mio nome quale distillatore del nettare. Naturalmente Anna e Andrea Maschio sono stati davvero carini a regalarmi questa illusione; io, in realtà, ho solamente svuotato un recipiente di mosto fermentato; la vera distillazione l’hanno fatto Stefano Baseotto (il mastro distillatore della Bonaventura Maschio) e gli Alambicchi.

Piacevoli illusioni a parte, la giornata alle distillerie è stata molto importante, perché in quel laboratorio dell’alchimista, che è l’antica distilleria dei Maschio, ho ripreso contatto con lo straordinario mondo dei distillati che oggi, non solo sono bistrattati a causa della rigidissima legge sul consumo di alcool (se le persone fanno fatica a bere vino nei ristoranti, figuriamoci i distillati) ma anche poco considerati nei vari corsi per diventare sommelier (se non ricordo male l’AIS se la sbriga con un paio di lezioni nel primo livello). Eppure i distillati meritano grande attenzione (consumati con moderazione, sia chiaro), vuoi perché quel liquido che si ottiene da un fermentato può regalare emozioni uniche, vuoi perché permettono possibilità di abbinamento con il cibo davvero inconsueto evitando, al sommelier più preparato e appassionato, di cadere nella noia e nello scolasticume.

Le Distillerie Bonaventura Maschio

La storia dell’azienda inizia a fine Ottocento prima a Cismon del Grappa, un piccolo paese situato fra le rive del Brenta e le cime del Monte Grappa, dove la famiglia Maschio coltiva la terra e distilla la grappa con il carro degli alambicchi perché, all’epoca, quella del distillatore era un’attività itinerante. Dopo un periodo da emigranti trascorso in Romania a costruire la Transiberiana (con tanto di carro e di alambicchi al seguito), i Maschio ritornano in Veneto (precisamente a Gaiarine al confine tra le provincie di Pordenone e Treviso) e con Bonaventura, nel primo Novecento, vengono gettate le basi per quella che poi diverrà una delle più importanti distillerie italiane. Oggi l’azienda è guidata da Italo, inventore delle famose prime uve, e dai suoi due figli: Anna (la vulcanica e dolcissima Anna) che si occupa della comunicazione e da Andrea che si occupa della produzione e delle attività di sperimentazione.

L’abbinamento al dessert dei distillati

Dicevo prima delle interessanti possibilità d’abbinamento dei distillati con il cibo ( in particolare con i dessert) che permettono di osare qualcosa in più rispetto alle “solite” vendemmie tardive o ai passiti; ad esempio, una pastiera napoletana abbinata a un’acquavite come la Prime Arance o una cassata siciliana con una Prime Uve Oro. A tal proposito ho chiesto a Federico Graziani, uno dei più importanti sommelier italiani, un parere sull’abbinamento dei distillati con i dessert, ecco cosa mi ha detto Federico:

In ambito di matrimonio tra dessert e vino si è già detto molto. Mi piace l’idea di approfondire una delle più peculiari associazioni, quella che eludendo dai classici vini dolci, analizza la vicinanza dell’ultima portata con i distillati. In effetti per la loro natura, i dolci in senso generale sono caratterizzati da una elevata presenza di zuccheri e non sempre “coprire il dolce con il dolce” del vino sortisce un risultato apprezzabile. D’altra parte, questa sensazione gustativa è molto forte e persistente e necessita quindi di una pulizia particolare. L’alcool presente nei distillati gioca un ruolo fondamentale in questo abbinamento proprio per la funzione disidratante che tende a ripulire appunto la presenza di carboidrati mono e disaccaridi.
Per semplicità, affronteremo prima l’abbinamento dei distillati bianchi ovvero quelli non invecchiati in legno. È chiaro che la dolcezza del piatto necessita di un punto di contatto e quindi per dessert come crostatine o torte a base frolla si può pensare a distillati di frutta specie se riprende il frutto caratterizzante o ai distillati di uva che mediamente hanno un approccio al palato più aggraziato e fine. I distillati particolarmente secchi (come grappa o vodka) si sposano meglio a piatti di frutta o dolci non dolci e con gelati o semifreddi che per temperatura abbassano la percezione zuccherina.
Per quanto riguarda gli invecchiati, una brevissima premessa è necessaria. Evitate i liquori travestiti da distillati e aggiunti di caramello. Dopo questa indicazione, l’associazione Rum e cioccolato è sempre valida e una delle più apprezzate. Allo stesso modo, magari per piatti con preparazioni più speziate, si avvicinano molto bene Armagnac e Cognac, i primi da preferire ai secondi per una maggiore rotondità. Bene anche il brandy italiano o spagnolo (se di qualità) o i distillati di vinaccia e uva invecchiati in rovere.
Un altro distillato da non dimenticare è quello ottenuto dalla acquavite di sidro di mele di Normandia, il Calvados, che esprime la dolcezza della frutta nei profumi e la rotondità dall’invecchiamento (maturazione in fusti) al palato, tale da avvicinarlo anche ai dessert più delicati e a base di crema.
Più complicato il discorso con i whisky, specie se torbati, adatti a qualche abbinamento inusuale con maggiore predisposizione alla pasticceria secca, specie se aromatizzati con spezie dolci come cannella e vaniglia.
Abbinamenti nuovi e che lasciano spazio alla fantasia e alla sperimentazione, tenendo a mente che le gradazioni alcoliche ne consentono un consumo ridotto in degustazione.

 

Federico Graziani è nato a Ravenna nel 1975. Sommelier professionista a 19 anni e miglior sommelier d’Italia nel 1998. Dopo esperienze prestigiose (Gualtiero Marchesi, Bruno Loubet, The Halkin Restaurant, Cracco-Peck), è capo sommelier da 6 anni presso Il luogo di Aimo e Nadia. Laureato nel 2007 in Viticoltura ed Enologia, ha scritto “Grandi vini di piccole cantine” nel 2006 e “Vini d’autore” – con prefazione di Gianni Mura – nel 2008, libri a quattro mani con Marco Pozzali. Dal 2008 è anche l’unico studente italiano dell’Institute of Masters of Wine. Con Francesco Orini e Marco Pozzali ha dato vita alla rivista “Pietre Colorate”.

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A Oslavia, (Oslavje in sloveno) non c’è una chiesa, un’ osteria e nemmeno una piazza; c’è però un ossario a ricordare 57.000 caduti della Grande Guerra. Un posto triste direte voi, un posto bellissimo dico io, perché lì vivono e vinificano alcuni tra i vignaioli più importanti del Collio e poi a Oslavia c’è la ribolla gialla che qui, grazie ad un terroir d’eccezione, assume un carattere unico.

La storia della ribolla gialla, non solo è antica ma è anche molto particolare. È un’uva che si vendemmia molto tardi, diciamo fine settembre, ma in passato si arrivava anche fino alla metà ottobre, raggiungendo concentrazioni zuccherine piuttosto elevate e con l’arrivo del freddo la fermentazione rallentava o si bloccava del tutto, originando un vino beverino, amabile che trovava il suo abbinamento ideale con le castagne. Oggi, per fortuna, la ribolla è altro, è un vino che sa essere elegante, ma non solo, è anche un vino che fa parecchio discutere se ottenuto dopo lunghe macerazioni; insomma con la ribolla non ci si annoia di sicuro. Ed è per questo motivo che sabato 20 novembre 2011 Ein Prosit, la più importante manifestazione enogastronomica del Friuli Venezia Giulia, non mi sono lasciato scappare l’occasione di fare un piccolo grande viaggio nella Ribolla di Oslavia. Questo è il resoconto dell’interessantissima degustazione condotta da Aurora Endrici.

 

Collio Ribolla Gialla 2010 Fiegl

Da un’annata molto difficile (vendemmiata il 29 settembre), Fiegl presenta una ribolla gialla giovanissima, semplice e molto facile da bere. Attenzione però che termini come semplice e facile non vogliono sminuire il vino, è un’interpretazione diversa della ribolla, più immediata se vogliamo. Un vino pronto, per chi non ama il rischio e vuole bere senza farsi troppi problemi.

Collio Ribolla Gialla 2008 Primosic:

Da un’annata piuttosto fresca, una ribolla che è stata a contatto con le bucce per 7 giorni, per completare poi la fermentazione in botti da 600 litri. Questa è la 5^ vendemmia di Primosic sulle bucce.  Al naso è molto citrina (pompelmo) con note speziate, bella anche l’acidità. Anche se ha fatto qualche giorno di macerazione sulle bucce, il vino è immediato e di pronta beva.

Collio Ribolla Gialla Selezione Il Carpino 2008:

La ribolla di Franco Sosol è un capolavoro e con questo vino si può capire il potenziale della macerazione. In questo caso i giorni a contatto con le bucce sono 40 eppure colpisce il colore, un giallo oro a dispetto dell’ambra che ci si aspetterebbe di trovare nel bicchiere, tipico dei vignaioli che fanno macerazioni così lunghe. Grande l’equilibrio, un vino elegante, di bella freschezza, in assoluto il mio preferito tra i sei degustati. Dopo la macerazione passa in botte di legno da 20 h e la rimane per più di un anno, poi tornare in vasca d’acciaio prima di essere imbottigliato. Sublime!

La Castellada 2007: Ecco l’ambra di cui parlavo prima, bella, nitida. In un’annata straordinaria (2007), la vendemmiata è stata effettuata a metà settembre (piuttosto presto per essere a Oslavia). In cantina, il vino ha macerato per 2 mesi in tini aperti. Bella la freschezza e comunque è un vino non del tutto pronto, ha ancora molto da dare. In bocca è grasso, suntuoso.

Dario Princic – Ribolla Gialla di Oslavia 2005: Da un’annata povera, ecco il vino che ha fatto più discutere. Per i detrattori l’acidità volatile è troppo alta e il vino è a un passo dal baratro. Incredibile come questa ribolla e quella de “Il Carpino”, pur avendo lo stesso periodo di macerazione sulle bucce (35 giorni), siano due vini totalmente diversi.  Al naso ha una bella spezziatura, ma qui resta da capire se un punto di volatile possa essere un pregio o un difetto; un vino che si ama o si odia. Io l’ho trovato intrigante, ancora spigoloso ma che può ancora crescere. Da riassaggiare sicuramente.

Radikon – Ribolla Gialla di Oslavia 2004: La macerazione è di tre mesi abbondanti; il vino viene lasciato a riposare per tre anni e mezzo in legno e poi un altro anno in bottiglia. Anche qui l’acidità volatile è piuttosto alta, ma sembra convogliare meglio i profumi. Foglia di te in evidenza, propoli e una bella mineralità dovuta alla composizione del terreno di Oslavia ovvero l’argilla compressa che qui è chiamata Ponca.

In definitiva che dire, se la Ribolla di Fiegl, così come quella di Primosic e de il Carpino, sono vini ai quali è abbastanza facile accostarsi, trovando nel vino di Franco Sosol un approdo felice, la vetta più alta della Ribolla (parere opinabile ovviamente); mentre le ribolle macerate de La Castellada, di Pricic e di Radikon, non sono vini per tutti, ci si arriva per gradi, altrimenti il rischio e di non capirli e sarebbe un peccato perché nell’abbinamento cibo/vino potrebbero dare qualche piacevole sorpresa.

Ps: Nessuno durante tutta la degustazione l’ha mai nominato, eppure la cantina di Josko Gravner l’eremita è a Oslavia……..

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C’è stato un tempo in cui, da Palermo ad Aosta, era tutto un fiorire di vini che finivano in aia e parafrasando Gaber, qualcuno vedeva la Toscana come una promessa, Bolgheri come una poesia, e i Supertuscan come il Paradiso Terrestre. Poi tutto è cambiato; a torto o a ragione, l’italica smania dell’abiura ha preso il sopravvento e quello che fino a cinque minuti prima era considerato il verbo, di colpo è diventato il nulla, dall’altare alla polvere nello spazio di un mattino. La stessa cosa è successa con la barrique, con i vini così detti convenzionali quando ci fu l’avvento dei vini naturali e adesso sta accadendo anche con la figura del winemaker. Per tornare a bomba sull’oggetto di questo post, mi sorgeva una domanda: “ La Toscana è ancora una regione vinicola dalla quale in vino italiano non può prescindere?” Assolutamente si! Per quanto mi riguarda per mille motivi: la terra, la bellezza dei luoghi, gli amici, i vini, i vignaioli e le cantine; un esempio concreto? Il primo che mi viene in mente è Le Macchiole a Bolgheri. L’azienda nasce nel 1983 dal desiderio di Eugenio Campolmi che, con la moglie Cinzia Merli, decide di intraprendere un progetto rivoluzionario per Bolgheri, territorio allora poco conosciuta. La storia delle Macchiole è una storia di lavoro duro, e di sogni che iniziano in vigna, investendo tutto su ricerca e sperimentazione. Al lavoro di Eugenio Campolmi e di Cinzia Merli, nel 1991 si aggiunge Luca D’Attoma che darà un’impronta originale al progetto, sperimentando nuove varietà come il Syrah e vinificando in purezza il Cabernet Franc, che porterà poi alla nascita del Paleo. Nel momento dei riconoscimenti e della stima dei grandi nomi del territorio, proprio quando s’iniziano a raccogliere i frutti della fatica, il destino avverso si porta via Eugenio Campolmi. Cinzia Merli, com’è capitato ad altre grandi donne del vino italiano (Ornella Costa, Marina Cvetic), privata troppo presto, non solo di un compagno di vita, ma di un vignaiolo simbolo, con caparbietà, continua l’amato progetto e giorno per giorno ne imprime la propria personalità fino a portare Le Macchiole ai vertici dell’enologia mondiale.

Cinzia Merli racconta i suoni vini

 Il Paleo Bianco è il figlio un po’ “difficile”. Deve essere seguito passo passo nel suo percorso. Ogni “comportamento” deve essere studiato, niente può essere lasciato al caso, talvolta estremizzando in modo da cercare di raggiungere il massimo dei risultati.

Bolgheri Rosso è l’ultimo nato, è il più viziato. Elegante, fruttato e divertente. Ti fa sorridere con piacevolezza facendoti pregustare già il futuro.

Il Paleo Rosso è quello che sento più mio, mi dà le sensazioni più forti. Sa sorprenderti piacevolmente. È colui dal quale ottieni, inaspettatamente, grandi emozioni. Ti entra nell’anima in modo suadente e intrigante, senza mai esagerare con le sue espressioni.

Lo Scrio è il figliol prodigo, quello che dà sempre pensieri, che fa lavorare duro. Con lui bisogna sempre fare attenzione. Mai mollare il controllo, ma sa dare grandi soddisfazioni. E’ il vino che più mi ricorda Eugenio.

Il Messorio è il figlio perfetto, quello che si impegna, del quale sei sempre molto orgoglioso. Colui che sa esprimere al massimo il carattere della nostra terra, che ha la struttura, l’eleganza e i profumi e che è espressione e immagine esatta del nostro DNA.

I vini degustati

Bolgheri Rosso 2009

50% Merlot, 30% Cabernet , 20% Syrah

Vigneti: Casa Vecchia 1983, Vignone 1999, Madonnina 2002

10 mesi in barrique da 225 lt di secondo e terzo passaggio, imbottigliato a gennaio 2011 e prodotto in 95.000 bottiglie.

La bevibilità di questo vino si potrebbe dire proverbiale, eppure è un vino complesso, importante, lungo.

Paleo Rosso 2007 IGT Toscana

100% Cabernet Franc

Vigneti: Casa Vecchia 1983, Puntone 1993, Casa Nuova 1998, Vignone 1999, Madoninna 2002

14 mesi in barrique nuove, 90% da 225 lt, 10% da 112lt è stato imbottigliato (senza nessuna filtrazione)  il 28 Luglio 2009 e immesso sul mercato nell’ottobre del 2010, prodotto in 27.360 bottiglie.

Da una annata strepitosa ecco uno dei miei vini da sogno. Il naso, di grandissima complessità, è  tripudio di note ferrose, spezie, frutti rossi, note animali. Morbidezza ed eleganza davvero uniche.

È come una splendida donna che ti tiene sulla corda ma che sa quando è il momento giusto per concedersi.

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Se qualcuno mi chiedesse da quale luogo iniziare un tour per comprendere il livello raggiunto del turismo enogastronomico friulano, non avrei esitazioni, gli farei il nome del Castello di Spessa. Questa meraviglia, immersa nella campagna del Collio friulano, oltre al resort d’eccellenza, vanta un parco letterario (dedicato a Giacomo Casanova che qui soggiorno per un periodo), un campo da golf a 18 buche, una tavernetta, un’osteria, le cantine e naturalmente gli spazi per la degustazione e la vendita dei vini. Arrivando qui qualcuno, dotato d’immaginazione, potrebbe pensare di essere stato inghiottito da una voragine spaziale e di trovarsi in Scozia tant’è la bellezza del paesaggio circostante. L’imprenditore che alcuni decenni fa, con grande lungimiranza, intuì le potenzialità turistiche del Collio e decise di investire nel “sogno” Castello di Spesa è Loretto Pali, erede di un’importante famiglia d’imprenditori nel settore del mobile ma con un amore smisurato per il vino.

Il Castello di Spessa

Il castello, le cui origini risalgono al duecento, è stato per secoli dimora della nobiltà friulana; nel corso dei secoli si sono avvicendati nella proprietà i Dorimbergo, i Rassauer e i Della Torre Valsassina, discendenti di Carlo Magno che rimasero proprietari per più di 300 anni. Fu proprio l’allora conte Luigi Torriani ad accogliere nel 1773 a Spessa l’immortale Giacomo Casanova. Oltre al grande avventuriero veneziano, sono passati per il Castello Lorenzo Da Ponte, il celebre librettista di Mozart, il maresciallo Cadorna, il maresciallo Diaz e il re Vittorio Emanuele nella Prima Guerra Mondiale, suo figlio Umberto nella seconda, poi i duchi Aimone e Amedeo d’Aosta, Mussolini, generali italiani, tedeschi, e comandanti serbi, inglesi, indiani e americani.

Il vino invece si produce al Castello sin dal XVI secolo, il primo documento che attesta una vendita di Ribolla Gialla risale al 1559, periodo in cui dimorava al Castello la famiglia Rassauer. Gli ettari vitati di proprietà sono 25, divisi tra autoctoni (Friulano, Ribolla Gialla) e internazionali (Sauvignon, Pinot bianco, Pinot grigio, Pinot nero, Merlot e Cabernet Sauvignon). I Cru aziendali sono dedicati alle famiglie che hanno abitato il Castello: Segrè (100% sauvignon), Di Santarosa (100% pinot bianco), Rassauer (100% cabernet sauvignon), Torriani (100% merlot) e naturalmente a Giacomo Casanova (100% pinot nero). I vini riposano e si affinano a una temperatura costante di 14° nelle antiche cantine scavate nel sottosuolo del castello e si trovano su due livelli: il più profondo, a 18 metri, ricavato da un bunker militare realizzato nel 1939 che tra l’altro ha una storia pazzesca che meriterebbe di essere raccontata.

L’ospitalità

Anche se le camere non sono più quelle che ospitarono Giacomo Casanova nel 1773 e non è possibile apprendere, origliando dietro una porta, i segreti del grande libertino, il fascino e l’atmosfera rimangono immutati. Il resort può essere un’ottima base di partenza per visitare le cantine del Collio.  Merita un discorso a parte l’Hosteria del Castello situata a ridosso del campo da golf. Qui è possibile degustare degli ottimi piatti di territorio (affettati e formaggi primi piatti e secondi di carne, della tradizione friulana) abbinati ai vini di Loretto Pali, con un rapporto qualità/prezzo davvero sorprendente vista l’importanza e la bellezza del luogo.

I vini degustati

Pertè – La Boatina

(100% Ribolla Gialla)

Prodotto in località La Boatina secondo il metodo charmat. Ottimo aperitivo prima di addentrarsi  nella ricca cucina friulana, con bei sentori di frutta bianca e fiori e una buona freschezza.

Collio pinot bianco di Santarosa 2009  Castello di Spessa

(100% Pinot Bianco)

La fermentazione alcolica e la malolattica avvengono in barriques nuove di Allier dove si affinano per 9/12 mesi secondo annata. Assemblaggio in vasche inox. Viene imbottigliato con leggera filtrazione e quindi affinato in bottiglia. È uno dei Cru aziendali per eccellenza (Particella 251 zona La Busa), grande complessità, struttura ed eleganza; solo 2271 bottiglie e 100 magnum per uno dei grandi vini bianchi del Collio.

Felici quelli che senza nuocere a nessuno sanno procacciarsi il piacere, e insensati gli altri che si immaginano che l’Essere Supremo possa rallegrarsi dei dolori e delle pene e delle astinenze ch’essi gli offrono in sacrificio.

(Giacomo Casanova)

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Ed io che pensavo (con dannata spocchia) che il Teroldego finisse con Elisabetta Foradori; poi al recente Ein Prosit, il mio mentore (Paolo Ianna), ancora una volta, è riuscito a sorprendermi, consigliandomi di assaggiare i vini di un’azienda trentina! La sorpresa in questione si chiama Redondèl una piccola cantina di Mezzolambardo che vinifica solo Teroldego per 9.500 bottiglie l’anno. Paolo Zanini (e la sua compagna Mara) è una persona davvero squisita, quel genere di vignaiolo che ti basta parlarci un poco assieme e sai già che tipo di vino troverai nel bicchiere; quel genere di vignaiolo tenace, orgoglioso e onesto, proprio come il vino che ti verserà nel bicchiere. Teroldego, dicevamo, vitigno affascinante che si pensa possa provenire dall’Europa orientale, un vitigno con un grande potenziale non ancora del tutto espresso e che trova in Paolo Zanini un interprete appassionato a tal punto da fare, e con molta probabilità credo sia l’unico, un Teroldego rosato molto interessante.  Paolo mi racconta che in realtà il rosato era il Teroldego delle origini, un vino fatto per piacere ai vicini austriaci che spesso lo scambiavano con i cavalli e non è un caso che il papà di Paolo divenne commerciante di equini. Ci pensate che scambio romantico? Il più nobile degli animali in cambio del liquido inebriante, roba da scriverci come minimo un romanzo; Paolo, invece, si è “accontentato” di un manifesto programmatico che potete leggere più avanti. Come non innamorarsi di un tipo così e del suo vino!

I vini

Gli ettari vitati sono 3 disposti su sette appezzamenti con vigenti di età compresa tra i 25 e gli 80 anni.

Assolto (Teroldego 100%)

Paolo Zanini lo chiama così perché essendo rosato ha concesso poco tempo al contatto con le bucce e quindi ha “assolto” in suo compito in fretta, la sciando al vino sentori leggeri di rosa e spezie. Un rosato di gran corpo, stupendo per un aperitivo non banale.

Dannato (Teroldego 100%)

Vino fatto nel rispetto della tradizione e del territorio della piana rotaliana anche se segue una strada tutta sua e per questo dannato. Esce dopo dodici mesi di affinamento in bottiglia; bella frutta matura e spezie, un vino che rimane a lungo.

Beatome (Teroldego 100%)

Esce dopo 4 anni, è il “Teroldego che vuole essere un grande vino” dice in tono scherzoso Paolo, anche se c’è poco da scherzare, dico io; un vino di grande complessità, da tenere in cantina a lungo, per poi inebriarsi!

 Il Manifesto programmatico del vignaiolo Paolo Zanini

faccio vino perché a nove anni mio padre mi svegliava all’alba per accompagnarlo nelle vigne.

faccio vino perché solo a quattordici – sotto l’occhio di papà o dei collaboratori anziani – ho compiuto le prime potature: ed è stata gioia, come i regali la mattina di Natale.

faccio vino perché non saprei fare altro e ne vado orgoglioso; quando sono tra le mie vigne mi sento a casa, più di quando lo sono in realtà.

faccio vino perché papà mi ha cresciuto per far ciò: lui – anche commerciante di equini (perché il valore del vino che spediva in Austria spesso gli veniva corrisposto in cavalli) – sapeva che, tra le due cose, la prima avrebbe avuto un futuro.

faccio vino perché “a parlare si fa presto”… ma io preferisco tacere e far parlare lui, da sempre unico responsabile di una loquace sincerità.

faccio vino per mio padre, che dal cielo mi segue come un angelo e per mia madre, che qui in terra mi accudisce come io faccio con le mie vigne.

faccio vino perché Mara – mia compagna e futura sposa – crede in me.

faccio vino perché riconosco che il poterlo fare è un dono del cielo e poterlo conoscere e provare a migliorare di anno in anno è un privilegio a cui non posso rinunciare.

faccio vino per il fine ultimo di poterlo condividere con gli ospiti della mia cantina e con quelli che, bevendolo, anche da lontano aprono un sottile e benvenuto dialogo.

faccio vino perché amo la natura, ne rispetto i ritmi e i limiti e le sono grato per esser sempre così generosa nonostante tutto il rispetto che – mio malgrado – le facciamo mancare.

faccio vino perché in cantina l’unica alchimia possibile è quella che le energie del cielo e della terra attuano, e nulla più.

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