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Archivio per febbraio 2012

È possibile che i vini bianchi friulani, giuliani (e sloveni) possano competere con i  grandi bianchi di Borgogna (e del Mondo)? Azzardo un sì e rilancio senza paura! Tanta sicumera deriva dagli assaggi di vini, con un bel po’ di tempo sulle spalle (in alcuni casi si parla di qualche decennio), fatti in questi ultimi due anni. Dando per scontato che chi si ostina a dire che i bianchi sono solo vini d’annata è fuori dalla storia e una risata (spero) alla fine lo seppellirà; corre l’obbligo a chi si occupa di vino (sommelier, giornalisti, comunicatori) non solo di sfatare con forza questa credenza popolare, ma di ingaggiare una furiosa battaglia ( a favore del consumatore), affinché capolavori, per lo più misconosciuti, non appartengano solo alle riserve private dei produttori, ma possano essere messe a disposizione di una platea appassionata e attenta più di quanto si creda. Ovviamente questo discorso non può valere per tutti, c’è bisogno del terroir, del lavoro in vigna e dell’arte e della sapienza del produttore. Tanto per essere concreti ecco qualche esempio di vini bianchi  straordinariamente eleganti e di una complessità unica, veri e propri nettari inebrianti:

Venica & Venica – Dolegna del Collio

Malvasia 1992

Borgo del Tiglio – Brazzano (GO)

Tocai Friulano  1994 volendo sublimare l’impossibile si abbina in maniera strepitosa con il Patanegra

Studio di Bianco 1993, 1998, 2005

Chardonnay “Selezione” 1999, 2001,  2002, 2005

 Verduzzo 2000

Vie di Romans – Mariano del Friuli (GO)

Sauvignon “Piere” 1996 (in magnum)

La Viarte – Prepotto (UD)

Rovul (50% chardonnay e 50% pinot  bianco) 1985, prodotto in due sole annate (purtroppo)

Davide Feresin – Cormons (GO)

L’Edi Tocai Friulano 2004

Radikon  – Oslavia (GO)

Ribolla Gialla di Oslavia 2004

Mario Schiopetto – Capriva del Friuli (GO)

Blanc des Rosis 2001 (Tocai Friulano, di Pinot Grigio, di Sauvignon, di Malvasia Istriana e di Ribolla Gialla)

Mario Schiopetto Bianco 2003 (Chardonnay e Tocai Friulano)

Pinot Bianco 2004

Russiz Superiore – Capriva del Friuli (GO)

Col Disôre 2007 (Pinot bianco 40%,Tocai friulano 35%, Sauvignon 15%, Ribolla gialla 10%)

Gaspare Buscemi  – Cormons (GO)

Alture Bianco “Riserva Massima” annata 1987 (base Pinot Bianco)

Dario Princic – Oslavia (GO)

Ribolla Gialla di Oslavia 2005:

E poi gli Sloveni confinanti (Non posso non citare cantine che sono solo ad una manciata di km dal confine italiano)

Miha Batic – Valle di Vipava

Chardonnay del 1999 (a dire il vero questo vino ha vinto una medaglia di bronzo in Borgogna),

Valter Sirk – Dobrovo BRDA

Chardonnay 1998

Ps: naturalmente questo è (solo) quanto ho avuto la fortuna di bere nel corso dell’ultimo biennio, immagino che in molte altre cantine friulane, giuliane e della slovenia ci siano degli scrigni magici che aspettano solo di essere aperti!

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Esistono ancora i cineforum scolastici? È un bel po’ che non frequento, ma se esistono, vi prego proiettate ad libitum “Senza trucco” di Giulia Graglia. Film  bellissimo, che merita di essere visto da un pubblico amplissimo (magari in età scolare) e non dai soli addetti ai lavori. L’opportunità per lo spettatore è quella di (ri)scoprire un mondo rurale che si immagina estinto  o  vivo solo nei ricordi degli anziani. In realtà, avendo la voglia di cercarlo, è vivo e vegeto, poetico e ricco e di storie da raccontare. “Senza trucco” è un meraviglioso ritorno alle radici che, lo dico con tutto il pudore possibile, m’ha ricordato Ermanno Olmi e Pierpaolo Pasolini . Certo poi è anche un film sul vino che vive del racconto di quattro produttrici (Dora Forsoni, Nicoletta Bocca, Elisabetta Foradori e Arianna Occhipinti), che senza trucco (per l’appunto), raccontano in maniera schietta il loro modo di intendere il vino e la terra; quattro donne estremamente forti e coriacee che non hanno paura di mostrare le loro fragilità.

In ordine di apparizione:

Dora Forsoni, in lei c’è tutta la forza del passato. Dora l’archetipo, che ha imparato a cacciare per forza e per necessità; la sua azienda si chiama Poderi Sanguineto ed è a Montepulciano (il nome deriva dal fatto che questo luogo fu teatro di una delle più sanguinose battaglie tra Etruschi e Romani). Suggestivo il legame tra caccia, colore del vino e toponimo!

Nicoletta Bocca, il Capitano! La Forza e la bellezza dell’amore: è bellissimo il messaggio di continuità è di speranza dato dalla presenza nel documentario di suo figlio.

Elisabetta Foradori: quanta bellezza materna c’è nel suo senso di sconforto mentre girovaga tra i vigneti spogli a fine vendemmia! Dopo tanto tribolare, dopo aver annusato l’aria e la terra, il vignaiolo ha lasciato che il vino prendesse la sua strada: certo gioia, ma anche un senso di vuoto, proprio come un figlio che va via di casa!

La leonessa Arianna Occhipinti che ha avuto coraggio e intelligenza per produrre vino in quella terra meravigliosa e dolente che è la Sicilia.

Da un progetto di Giulia Graglia e Marco Fiumara, girato fra dicembre 2009 e ottobre 2010, seguendo il ciclo della vite, Senza Trucco è un film autoprodotto a tal punto che esaurito il budget per la post produzione, gli autori hanno aperto il blog omonimo attraverso il quale, tramite il pre acquisto del dvd, è stato possibile portare a termine la lavorazione del film.

Il costo del DVD è di 17 euro (15 per il DVD + 2 euro di spese di spedizione). Potete ordinare le vostre copie scrivendo una mail a senzatrucco2011@gmail.com, indicando l’indirizzo a cui inviare i DVD. Riceverete come risposta la conferma dell’ordine e le coordinate bancarie su cui effettuare il versamento.

Crediti:

Regia: Giulia Graglia fotografia: Tarek Ben Abdallah montaggio: Enrica Gatto suono: Marco Fiumara – Marco Saveriano – Andrea Viali musiche: Andrea Beltrando – Mario Incudine – Renato Morelli – Michael Occhipinti prodotto da: Marco Fiumara per Effetto Notte – Ilaria Paganelli, Valeria Puddu per Planet Image Italia 2011 – HD Video 78 minuti, trailer:

Ulteriori informazioni su:

http://senzatrucco.wordpress.com/

Io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle Chiese,
dalle pale d’altare, dai borghi
dimenticati sugli Appennini o le Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.
Giro per la Tuscolana come un pazzo,
per l’Appia come un cane senza padrone.
O guardo i crepuscoli, le mattine
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,
come i primi atti della Dopostoria,
cui io sussisto, per privilegio d’anagrafe,
dall’orlo estremo di qualche età
sepolta. Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno d’ogni moderno

(Pier Paolo Pasolini)

Le foto sono di Giulia Graglia

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Etica e morale: parole grosse di questi tempi, figuriamoci, dove si fa profitto! Allora viene facile pensare che nel mondo del vino, correttezza, onestà, amore smisurato per il proprio lavoro e di conseguenza rispetto incondizionato per chi acquista il tuo prodotto, possano essere valori appartenenti solo a chi vive e vinifica seguendo i principi della biodinamica; equazione semplice, ma per nulla veritiera: un esempio concreto? L’azienda agricola Cavalleri in Franciacorta! Lo dico subito, cosi a chi mi accuserà di essere agiografico potrò rispondere che ha pienamente ragione: adoro Giulia Cavalleri, la sua famiglia, gente che mi fa stare bene! Adoro le loro bollicine, adoro lo spazio fisico della cantina di Erbusco, è un posto magico dove si respira un’atmosfera onirica e rarefatta, con l’arredamento ottocentesco e i grandi quadri alle pareti che ti rimandano a un’epoca romantica che non c’è più. Qualcuno, magari, di un luogo così potrebbe averne soggezione: niente paura, i Cavalleri/Nember riusciranno a farti sentire talmente a tuo agio che avrai la sensazione di trovarti in un pub a bere una bella pinta di birra, eppure siamo in uno dei sancta sanctorum delle bollicine italiane.

Non sempre questo accade a chi gira per cantine, a volte (per fortuna raramente) in luoghi molto meno affascinanti ti sembra di stare con un cactus nei pantaloni e non vedi l’ora di andartene, da Giulia Cavalleri questo rischio non c’è, anche se ti capita di arrivare nel bel mezzo di un’emergenza (metti che il corriere non ha consegnato i tappi per imbottigliare), sarai accolto con tutti crismi. Inevitabile che questo modo di essere, che non esiterei a definire un vero e proprio stile (lo stile Cavalleri), si rifletta inequivocabilmente nel liquido che trovi nella bottiglia! Bottiglie vendute sempre al prezzo che valgono, con il risultato che alla fine dell’anno in cantina non rimane più nulla. Altri, per aumentare la produzione, poiché la domanda supera notevolmente l’offerta, cercherebbero facili scorciatoie comprando uve a destra e a manca; da Cavalleri si fanno e si faranno, a meno che non ci sia dietro un progetto sensato, sempre 250.000 bottiglie (170.000 di Franciacorta e il resto Curtefranca Bianco e Rosso).  Alla fine una cosa l’ho capita, che i valori d’impresa di cui si sente parlare (spesso anche a sproposito) esistono per davvero: l’azienda Cavalleri n’è un esempio tangibile a cui il mondo dell’imprenditoria dovrebbe guardare per riprendersi da questo strano, lungo, noioso periodo di depressione che l’attanaglia!

I vini degustati

Franciacorta Brut Blanc de Blancs s.a.

La cuvèe è ottenuta assemblando i vini derivati da vigneti situati sulle colline attorno ad Erbusco; la maggior parte proviene dall’ultima vendemmia antecedente il tiraggio, il 30% circa deriva da annate precedenti, appositamente conservate a temperatura controllata. La cuvèe e composta da chardonnay 100% proveniente per il 67% dalla vendemmia 2008, 26% dalla 2007, 2% dalla 2006 e 5% dalla 2005; fermentato in acciaio per il 90%, in botte grande di rovere per il 5% e in barrique vecchie per il 5% . Dégorgement, da Marzo a Dicembre 2011, con aggiunta di liqueur d’expédition con dosaggio di 3 gr/lt di zuccheri e 15 mg/lt di solfiti (come specificato in controetichetta).

Note di degustazione

Sono le bollicine base di Cavalleri! Certo se la partenza e questa chissà che cosa ti può riservare l’arrivo: perlage finissimo, bella freschezza, una bella bolla che ti dice subito “Chi è Cavalleri e cosa vuole”!

Franciacorta Pas Dosè 2007

Il Pas Dosè viene prodotto solo se la vendemmia è di grande qualità. La cuvèe è ottenuta assemblando i vini derivati dai vigneti sulle colline attorno ad Erbusco e costituita esclusivamente da basi dell’annata riportata in etichetta. Dai cru Chiosino, Pio IX Sud e Seradina di sotto, la cuvée è composta da chardonnay (100%) della vendemmia 2007, fermentato in acciaio per il 85%, in botte grande di rovere per il 10% e in barrique vecchie per il 5%. Degorgement effettuato il 30 Agosto 2011.

Note di degustazione

Perlage stupendo,  naso molto complesso di tabacco, finocchio, anice, molto lungo e sapido. A conferma che il Pas Dosè, quando si esprime ad altissimi livelli come in questo caso, è un vino di intensità unica.

Franciacorta Collezione Grandi Cru 2005

Viene prodotto soltanto nelle migliori annate (la 2006 non è stata prodotta). La cuvèe è ottenuta con vini dell’annata riportata in etichetta provenienti dai migliori cru Chiosino, Favento, Seradina Sotto. La cuvée è composta da  chardonnay (100%) della vendemmia 2005, fermentato in acciaio per l’85% e in barrique vecchie per il 15%. Degorgement diviso in due tranche, una in Maggio 2010 e una in Novembre 2010.

Note di degustazione

Eccola la mia bollicina feticcio (assieme al Millesimato Riserva D’Antan de La Scolca). Complessa, aristocratica, con note ossidative che donano grande eleganza, lunghissimo in bocca. Da aspettare nel corso del tempo per provare, se possibile, emozioni ancora più intense. Immenso!

Curtefranca Tajardino Rosso Doc 2009

Vino prodotto con uve provenienti dal vigneto di proprietà Tajardino, imbottigliato esclusivamente nelle migliori annate. Macerazione e fermentazione a cielo aperto. Affinato in barrique per dodici mesi; barrique parte nuove e parte di 1, di 2 e di 3 anni. Un blend di Cabernet Sauvignon (52%), Cabernet Franc (18%), Merlot (30%).

Note di degustazione

Ah però questo Tajardino! Bella struttura, note speziate, bella frutta rossa a dimostrazione che la classe non è mai acqua. Certo adesso viene voglia di assaggiare qualche vecchia annata per capire dove può arrivare! A dimenticavo….ottimo nell’abbinamento regionale con il manzo all’olio!

Le foto sono di Ezio Zigliani

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Il mio primo ricordo della Campania risale ai primi anni ’70: Torre del Greco, un frastuono di clacson incredibile, due macchine che si tamponano leggermente e nemmeno si fermano, qua al nord i proprietari imbufaliti avrebbero chiamato come minimo la guardia nazionale! Si lo so, poi c’è la Campania con le sue mille contraddizioni, la monnezza, la camorra, problemi enormi; problemi che è comodo delegare solo a quella terra; sono e saranno sempre problemi italiani. Poi c’è la Campania terra di gente bellissima, in grado di emozionarmi sempre, figuriamoci se poi parliamo di vino. È così su “Faccia libro” succede che conosco Raffaella Fortunato cilentana verace, napoletana d’adozione. Condividiamo pensieri e vino e poi un giorno mi dice: “Ti va di scrivere per il mio sito Cookartmagazine?” Ne vado fiero, un blog bellissimo, casomai, se proprio vogliamo trovagli un difetto è che ci collaboro io. Raffaella mi parla di tanti vini campani e di una cantina in particolare, dopo mille peripezie, mi manda due campioni; la cantina è l’azienda vinicola Cuomo, i vini sono un Fiano del Cilento 2010 e un Aglianico del 2009. I Vini del Cavaliere, così si chiamano all’anagrafe, sono uno degli esempi più fulgidi di che cosa voglia dire ottimo rapporto qualità/prezzo, vini per niente ruffiani che non sono nati per stupire ne  e che non avranno vita facile tra i cinque grappoli e i tre bicchieri eppure hanno la straordinaria capacità di essere vino per la tavola quotidiana di ottimo livello e di questi tempi se permette non è poco!

Ai 4 ha di vigneto in gestione in località Moio di Agropoli i Cuomo hanno recentemente “aggiunto” un nuovo ettaro di vigna, (impiantato, oltre che a Fiano e Aglianico, anche a Merlot)  in località Feudo La Pila, proprio di fronte all’immobile dove hanno sede, cantina e casa.

L’ azienda é gestita oggi dalla terza generazione della famiglia Cuomo, che emana un amore quieto e appassionato per la terra e la vigna, agricoltori oltre che viticultori. Giovanni nipote del nonno ”Cavaliere” Francesco e figlio di papà Domenico, ne ha cura professionale ed appassionata,  con la preziosa collaborazione della moglie Catia, giovane donna bella e sorridente, fattasi vignaiola e sommelier per doppia passione!

Le Doc Fiano ed Aglianico hanno storia antica, furono impiantate ad Elea ed a Paestum dai Greci e trovarono nella natura argilloso calcarea del terreno e nel clima del Cilento le condizioni ideali per esprimersi e sprigionare la loro personalità

Parlandomi di questi vini Raffaella ha detto “sono di parte, e non sono una “tecnica” lo sai, ma questi vini nostri, impiantati sulle colline ancora vive del Cilento, che sul mare si affacciano così da vicino ma che hanno alle  spalle una montagna così forte e aspra,  annusano il profumo  di entrambi…però quel tocco in più che ti danno é il “sale” finale, quella nota sapida, hai presente l’odore del mare che restava una volta sulla pelle quando tornavi a casa la sera? Ecco nei vini nostri c’é il profumo del sale del mare della Magna Grecia, i nostri  sono vini di mare fatti da gente di “terra”…….”

 I vini degustati

Granatum DOC Cilento  2009 (Aglianico 100%): Affinamento barriques di rovere nuove di I° passaggio per circa 6 mesi. Un Aglianico di bella struttura, speziatura e frutti rossi al naso, onesto e verace!

Heraion  D.O.C. Cilento 2010 (Fiano 100%): fermentazione a temperatura controllata in fermentini di acciaio inox, affinamento in serbatoi di acciaio inox per circa 4 mesi. Un bel giallo oro e grande morbidezza; in questo vino c’è il sud con i suoi sapori, in particolare mi ha colpito una nota d’olio d’oliva. Un bel vino, mai banale!

http://www.vinicuomo.com/

 “Scinne cu ‘mme”

nfonno o mare a truva’ chello ca nun tenimm accà

vieni cu mme e accumincia a capi’ comme e’ inutile sta’ a suffri’

guarda stu mare ca ci infonne e paure sta cercanne e ce mbara’

ah comme se fà a dà turmiento all’anema ca vo’ vula’

si tu nun scinne ‘nfunno nun ‘o puo’ sape’ no

comme se fa’ adda piglia’ sultanto o mare ca ce sta’

eppoi lassa’ stu core sulo in miezz a via

saglie cu ‘mme e accumincia a canta’ insieme e note che l’aria da’

senza guarda’ tu continua a vula’ mientre o viento ce porta la’ addo ce stanno e parole chiu’ belle che te pigliano pe mbara’

ah comme se fà a dà turmiento all’anema ca vo’ vula’

si tu nun scinne ‘nfunno nun ‘o puo’ sape’ no

comme se fa’ adda piglia’ sultanto o mare ca ce sta’ eppoi lassa’ stu core sulo in miezz a via

 Enzo Granianiello 1992

Grazie amica Raffaella!

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Com’è bella la città com’è grande la città, com’è viva la città, com’è allegra la città. Piena di strade e di negozi e di vetrine piene di luce con tanta gente che lavora con tanta gente che produce.  Con le réclames sempre più grandi coi magazzini le scale mobili coi grattacieli sempre più alti e tante macchine sempre di più. D’accordo era domenica e quindi Milano era sicuramente meno tronfia di come la dipinge Gaber, però a me che vengo dalla campagna fa sempre un grande effetto. Per percorrere sei chilometri, questa è la distanza che separa la Stazione Centrale da Via Gattamelata (sede di Identità Golose e Food&Wine), ho seriamente corso il rischio di ritrovarmi nel fantomatico paese di Vergate sul Membro (Tognazzi docet), però alla fine ce l’ho fatta e son soddisfazioni. Su Identità Golose, non avendo competenza in materia, solo una breve considerazione: ormai Cracco, Cedroni, Uliassi, Scabin, ecc, grazie a programmi come Master Chef (e non solo) sono delle vere proprie star; tant’è che nei sogni adolescenziali, oltre a fare il cantante e il calciatore, si aggiungerà presto anche il sogno di diventare chef: un bene? Un male? chissà, ai posteri l’ardua sentenza.

Da Food&Wine, (mi sono concentrato soprattutto sul wine)  qualche bella sorpresa, su tutti: Villa Job (Grave del Friuli, incredibile!) della quale parlerò prossimamente; poi  il prosecco di Col del Sas,(ah se almeno un decimo dei prosecco fossero come questo, il mondo sarebbe migliore!) con un inedito Giampaolo Giacobbo dietro al banchetto; i vini di Raffaele Pagano- Joaquin (discorso da approfondire al più presto) e il Giardini Arimei, passito secco dell’isola d’Ischia, fattomi assaggiare dalla dolcissima Michela Muratori.

Ha dimenticavo, interessante anche l’OT 2007 (Syrah 50%, Cabernet Franc 35%, Petit Verdot 15%), di Oliviero Toscani, che mi è stato anche presentato dal mitico Alessandro Scorsone; Toscani mi guarda e dice rivolto a Scorsone: “Ma è straniero?” e meno male che non avevo ancora aperto bocca!

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È indubbio che la strada da percorrere per la Franciacorta, ma credo tutti produttori di metodo classico in generale, è quella del dosaggio zero; lo dicono gli esperti, lo confermano le guide con i loro premi. Dosaggio zero, pas dosè, brut nature, modi diversi per dire la stessa identica cosa, ovvero bollicine alle quali, dopo il degorgement, non viene aggiunta la liqueur d’expedition, ma lo stesso vino; non vi è pertanto nessuna aggiunta di zuccheri. Argomento molto interessante che è stato trattato in un convegno, il primo a livello internazionale sull’argomento, come ha ricordato Bruno Muratori nelle fasi di apertura dei lavori, organizzato da Arcipelago Muratori a Villa Crespia in Franciacorta il 23 gennaio scorso. Un convegno innovativo sotto tutti i punti di vista; infatti, grazie a Intravino, è stato possibile sperimentare la tecnica della Storify, un modo nuovo di seguire gli eventi via web che unisce video, foto, tweet e commenti in un’unica storia che i naviganti possono leggere, commentare in diretta oppure inserire direttamente nel proprio blog.

Visti questi aspetti molto “web oriented”, in platea molti blogger, ma naturalmente anche giornalisti ed esperti. Sul palco invece relatori di prim’ordine, come Il professor Attilio Scienza che ha tenuto una lectio magistralis sull’evoluzione storico-tecnica del dosaggio nel tempo, Luca Gardini miglior sommelier del mondo, Micheal Drappier produttore di champagne, la wine writer inglese Michèle Shah, il giornalista e wine blogger spagnolo Jordi Melendo, Andrea Gori sommelier e wine blogger; il tutto moderato con grande senso dell’ironia Federico Quaranta. Questa la fredda cronaca, ma ci sono stati alcuni interventi che mi hanno scaldato il cuore e fatto riflettere: primo, l’interevento di Luca Gardini! Luca è stato deciso nel dire che il confronto tra Champagne e Franciacorta non solo è un inutile esercizio di stile, ma alla fine rischia di non dare la giusta valenza a un territorio (Franciacorta) che è unico; quindi basta sommare le mele con le pere, diamoci un taglio definitivo (come direbbero i Pink Floyd), lo Champagne è Champagne il Franciacorta è Franciacorta, pietra tombale sopra!  Altro aspetto cruciale: Luca Gardini auspica che le bollicine a Dosaggio Zero non diventino moda (e nemmeno un vino per pochi, dico io)! In effetti, le mode sono effimere e tutta una serie di prodotti d’indubbia qualità a dosaggio zero non lo meriterebbero; pertanto, sommelier e comunicatori hanno il compito di fare in modo che questo non avvenga, poi poco importa se, per dirla alla Michele Shah, i consumatori preferiranno sempre un vino più abboccato, l’importante è che non accada quello che dice Francois Morel, ovvero che a furia di prendere il consumatore per un sempliciotto finirà per diventarlo.  Timone diritto allora (che metafora infelice) e via con il Dosaggio Zero che può diventare vero simbolo di un territorio e contribuire a (ri) lanciare la Franciacorta.
Secondo, anche se per ragioni opposte, l’intervento di Michèle Shah! Michèle dice: c’è una crescita globale della tipologia spumante ementre il prosecco sta facendo sfaceli, la Franciacorta nel mondo è semi sconosciuta ; ma non vediamo la cosa come negativa perché tutto ciò per osmosi porta il focus sulle bollicine italiane tout court. Ecco quest’assunto mi spaventa; credo che il prosecco invece che fare da traino possa produrre l’effetto contrario, in altre parole continuare a relegare il metodo classico italiano in un angolo, generando, se possibile, ancora più confusione nei consumatori. Una volta per tutte, usciamo da questa sudditanza psicologica nei confronti del prosecco, se siamo a un convegno sul metodo classico, non nominiamolo nemmeno, lui si vendicherà facendo altrettanto negli appuntamenti a lui dedicati. Non diamo adito a dubbi perché checchè se ne dica la strada da fare è ancora tanta; il consumatore medio ancora oggi non è in grado di distinguere tra le due tipologie e mette tutto nello stesso calderone.  Diamo una mano alla Franciacorta, al Trento Doc, all’Oltrepo Pavese, all’Alta Langa. Ad esempio, se parliamo del Franciacorta, nelle carte dei vini o alla mescita, tranne rare illuminate eccezioni, la presenza è limitata a tre nomi (si proprio quelli a cui state pensando) e alla domanda “Che Franciacorta avete?” la litania è sempre la stessa; ma per dio la Franciacorta è anche altro (e che altro!) e su questo, lo dico con tutta l’umiltà possibile, se fossi nel consorzio, m’ interrogherei.
Chiudo con le parole di Luca Gardini, che pur essendo un genio di tecnica e un pozzo di scienza alla fine del suo intervento ha concluso “semplicemente” così: “ Il vino è di chi lo fa, è della terra, è delle persone!  Emozioni, comunichiamo le emozioni!” Amen!
A fine convegno, in pè!, per dirla alla Enzo Jannacci di “Veronica”, si potevano degustare: l’interessante  Numero Zero di Villa Crespia (chardonnay in purezza ),  il notevole  Champagne Brut Nature Millésime Exception 2004 di Drappier (assemblaggio di pinot nero, chardonnay e pinot meunier dalla regione dell’Aube) e il sorprendente  Cava Brut Nature Reserva de la familia 2008 di Juvé y Camps (cuvée di uve macabeo, xarel.lo, parellada e chardonnay) a dimostrazione che il cava esiste e vivo e vegeto e non si chiama Freixenet.

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