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Archivio per aprile 2012

Dove ci sono odio e vendetta spesso c’è anche un muro che separa e che dovrebbe evitare (ma per fortuna non ci riesce mai!) pericolose contaminazioni di pensiero in grado di sovvertire quella disumanità che si è fatta regola. Dove c’è un muro, c’è anche la speranza che alla fine quell’innaturale barriera vada in frantumi; è successo a Berlino, forse un giorno succederà anche tra Palestinesi e Israeliani. Per adesso quel muro, situato al confine tra i due “ stati”, divide anche i vigneti ma in questo caso, il vino è in grado di fare quello che per l’uomo al momento è solamente un’illusione e cioè unire. Anzi riunire, sotto un unica etichetta (Cremisan), i vini dei due territori in perenne lotta. Il progetto della cantina Cremisan, oltre a costituire una fonte di lavoro per molte famiglie di quella terra martoriata, rappresenta anche un importante tentativo di dialogo tra israeliani e palestinesi. Cremisan nasce dalla volontà dei Padri Salesiani di Betlemme con l’intento di riqualificare una zona considerata uno dei più antichi insediamenti agricolo‐artigianali della Palestina, risalente all’Età del Bronzo. Il progetto, sostenuto dal VIS (Volontariato Internazionale per lo Sviluppo), mira allo studio, alla tutela e alla valorizzazione dei vitigni autoctoni e di rilevanza storica, contribuendo nel contempo al miglioramento delle condizioni di vita della popolazione araba che vive nell’area compresa tra Gerusalemme, Beit Jala e Betlemme, attraverso il sostegno alle opere educative, sociali e assistenziali, gestite dalla Casa Salesiana in loco. Il punto e che non ci troviamo solo di fronte solo ad un lodevole progetto umanitario ma a una produzione di vini di grande qualità; merito dell’ottima materia prima, del terroir,  e del lavoro in vigna fatto da persone  competenti e qualificate  anche se di fede religiosa diversa (cristiani e mussulmani); il tutto sostenuto dalla competenza degli italiani  Andrea Bonini (enologo) Roberto Paglerini (agronomo).

Vini degustati

Cremisan Daboùki 2010 (100% Daboùki): da uve a bacca bianca, un naso intenso con note iodate e salmastre, bella freschezza.

Cremisan Hamdàni-Jàndali 2010 (100% Hamdàni-Jàndali): da uve a bacca bianca, naso complesso (frutta bianca e tropicale) ma è in bocca che colpisce particolarmente fino a diventare intrigante, davvero particolare

Cremisan Cabernet Sauvignon 2009: Naso complesso, terroso, rotondo con un bel tannino, che vino diamine!

 

 

“Un attimo”
Desidero solo silenzio e quiete,
non parlarmi di cose del passato e del futuro
non parlarmi di ieri e non andare
all’indomani.
Questo attimo, per me,
non ha nè prima nè dopo
non ha più senso
ieri è scomparso quali echi e ombre
e l’ignoto domani si dilaga lontano
e non si vede più
sarà forse diverso di quanto han disegnato
le mani dai sogni tuoi e miei,
diverso di quanto desideriamo?
Questo attimo, e non altri tempi,
è un fiore che si apre nelle nostre mani:
senza frutti senza radici
ma è solo un fiore di spontanea bellezza,
teniamolo bene prima che si trappi,
amore mio!

Fadwa Tuquan (Nabus, 1 marzo 1917 -  12 dicembre 2003) poetessa e saggista palestinese

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La strada che porta da uno dei tanti parcheggi di Vinitaly all’Agriturismo San Mattia, nove chilometri in tutto, percorsi in un’ora per via del traffico caotico del dopo fiera, è sorprendente! Ho scoperto una Verona che non conoscevo, seducente, per alcuni tratti sembrava di essere ad Atene sulla strada che dalla piazza Syntagma porta al Colle del Licabeto. Arrivi sulla cima di una collina, dov’è situato l’Agriturismo San Mattia della famiglia Ederle, e la città resa eterna da William Shakespeare è ai tuoi piedi; il panorama di una bellezza unica, ti  mozza il fiato. Chiudere così, con questa vista meravigliosa, un giorno di “passione” a Vinitaly sarebbe già un privilegio ma a volte ci sono giorni che più di altri ti sembrano perfetti, per dirla alla Lou Reed, e questo è uno di quelli!

Come definire altrimenti una serata dove ti aspetta una cena con due chef stellati, i vini di Endrizzi e la compagnia di amici cari? La cena post Vinitaly, fortemente voluta da Paolo e Christine Endrici (titolari della cantina Endrizzi), e organizzata in collaborazione con Aurora Endrici, nasce con l’intento di far conoscere, oltre naturalmente ai vini di Endrizzi, sia quelli trentini sia quelli toscani di Serpaia, anche alcune perle enogastronomiche del Trentino come Trota Oro e il pane a lievito madre del Panificio Moderno d’Isera. A fare da trade union ai prodotti d’eccellenza, il menù preparato con sapiente maestria dagli Chef stellati Peter Brunel e Riccardo Agostini.

I piatti di Peter Brunel e Riccardo Agostini

Finger food del pollaio, ovvero l’uovo, il pollo e la gallina con formaggio fuso alla brace abbinato al Trento Endrizzi Brut riserva 2007;

 

 

 

 

Pesce crudo di montagna (trota Marmorata, Fario e salmerino) con una insalata di erbe e fiori eduli, abbinata al notevole Trento Doc Endrizzi But Riserva Rosè Piancastello 2006;

 

 

 

Spaghettone di rapa bianca alla carbonara di fiume abbinato all’Endrizzi Chardonnay 2011;

 

 

 

 

Pollo marinato cotto al vapore con scaglie di sale e ortaggi da bulbo bolliti in salamoia abbinati al Masetto Bianco 2010 (Chardonnay, Pinot Bianco, Riesling Renano, Sauvignon) e per finire il Masetto Dulcis (Moscato Giallo, Sauvignon, Riesling Renano, Chardonnay, Gewurztraminer) abbinato alla splendida colomba di Dario Loison.

 

La cantina Endrizzi

La storia della cantina Endrizzi è lunga 127 anni; fondata nel 1885 da Francesco ed Angelo Endrici (anticamente “de Endrici” oppure “Endrizzi” in dialetto locale)  è una delle più antiche cantine del Trentino. che  introdussero da veri pionieri già all’inizio del ’900 i vitigni più pregiati del mondo quali il Cabernet Sauvignon e il Merlot, senza tralasciare importanti vitigni locali come il Teroldego e il Lagrein. La quarta generazione è rappresentata dal pronipote Paolo e dalla moglie Christine, architetto di origine tedesca.

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Non saprei dire da dove vengano i migliori Riesling della Germania, non ho la competenza smisurata di Gian Luca Mazzella, una cosa è certa però: cantine come Dr. Burklin Wolf e Christmann (Palatinato) e Peter Jakob Kuhn (Rheingau) mi hanno letteralmente stregato. Il merito del colpo di fulmine è del recente Summa, quel gioiellino di manifestazione organizzata, in concomitanza con Vinitaly, da Alois Lageder in quel di Magrè, ma soprattutto di Jessica Marcon di Prezhoff, che quei vini li importa in esclusiva per l’Italia e che me li ha fatti degustare. Di Dr. Burklin Wolf ho apprezzato particolarmente il Riesling Deidesheimer Langenmorgen del 1999 e il Riesling Gaisbohl del 1997, vini sontuosi, con profumi incredibili, mentre di Peter Jakob Kuhn, oltre ad un sorprendente Riesling metodo classico 2010, ho trovato davvero notevole Riesling vinificato in anfora del 2009, con un naso di floreale (geranio) pazzesco! La grande sorpresa è stata però Christmann di cui ho degustato i Riesling:  Pfalz trocken 2010, Konigsbacher Olberg 2010, IDIG 2007 e IDIG 2010. L’azienda, che è stata fondata addirittura nel 1845, deve il proprio successo, fine o diventare una delle tre migliori cantine del Palatinato, al lavoro di  Steffan  Christmann che n’è proprietario dal 1996. Steffan si è avvicinato nel 2004 all’agricoltura biologica, per poi decidere di operare esclusivamente secondo le regole dell’agricoltura biodinamica. Assaggiando questi vini mi sono venuti in mente i talebani del naturale, coloro che ritengono che le puzzette e gli squilibri debbano essere parte integrante del vino a tutti i costi; eppure assaggiando  il biodinamico Christman, ho trovato grande finezza, eleganza, equilibrio, complessità! Se fossi un talebano qualche domanda inizierei a farmela!

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Battere gli Inglesi non capita spesso; la penultima volta credo sia stata a Wembley, nel 1973, grazie a un goal di Fabio Capello; l’ultima, al recente Vinitaly, in occasione della degustazione comparata di Metodo Classico, per merito della Franciacorta e della Trento Doc. Le premesse del confronto erano di sicuro interesse, vista la crescente ascesa delle “bollicine” inglesi ma anche (soprattutto) perché l’Inghilterra, a causa dei cambiamenti climatici dovuti al riscaldamento globale, viene indicata come la nuova terra promessa. In particolare i terreni del Sussex meridionale, zona dove si trova la maggior parte dei produttori inglesi, viene paragonata per il clima alla Côte des Blancs. Se a questo aggiungiamo che gli Inglesi rivendicano l’invenzione delle bollicine prima dei francesi (pare che un certo Christopher Merret ci arrivo nel 1662, ovvero sei anni prima del mitico Dom Pérignon) la degustazione, organizzata dalla rivista Decanter e dalla giornalista Michèle Shah, diventava qualcosa d’imperdibile.

Attualmente, in Inghilterra gli ettari di vigneto (principalmente Chardonnay, Pinot noir e Pinot Meunier) sono 1500; si prevede che per il 2012 ci sarà un incremento di 3 milioni bottiglie e nel 2015 di 5 milioni; il metodo champenoise inglese è il settore più importante della viticoltura inglese che serve principalmente il mercato interno, mentre l’export è rivolto principalmente a Scandinavia e Medio Oriente.

La degustazione

Franciacorta DOCG Villa Crespia Numero Zero: 100% Chardonnay, è un Dosage Zero ovvero senza aggiunta di zucchero in fase di sboccatura e che può essere fatto solo con uve di grandissima qualità, per parafrasare Michela Muratori “è la natura che si fa bollicina”. Un vino pieno, strutturato di bella freschezza ed eleganza in bocca.

Gusbourne Estate Vineyard 2006: 100% Chardonnay (Blanc de blancs). L’azienda ha circa 20 ettari di vigneto ed è relativamente giovane, infatti il 2006 è stato il primo anno di attività. Piacevole, acidità poco spiccata (e questo è un limite). Prodotto corretto, sovra dosato in linea con le richieste del mercato inglese. Un vino non molto equilibrato, sicuramente più interessante al naso che in bocca.

Trento Doc Ferrari Perlè 2006: 100% Chardonnay (blanc de blancs). Al naso note floreali, di agrumi e mela. In bocca bella acidità, bel corpo; una bollicina di grande eleganza e finezza.

Franciacorta Guido Berlucchi Cellarius Pas dosè 2006: 80% Chardonnay e 20% Pinot nero che aggiunge struttura al vino. Pas dosè è l’equivalente del dosaggio zero, in altre parole niente aggiunta di zucchero in fase di sboccatura. Bella complessità al naso: agrumi, frutta secca, pesca, albicocca. Bella finezza in bocca!

Chapel Down Estate 2006: 50% Chardonnay e 50% Pinot Noir. Piccola azienda del sud est dell’Inghilterra pluripremiata (medaglia di argento all’International Wine Challenge, ecc.). Sicuramente meglio del primo inglese anche se c’è sempre distacco tra naso e bocca. Mi ha ricordato il sidro di mele, anche in questo vino mancano complessità ed eleganza.

Denbies Wine Estate 2007: 50% Pinot Noir, 15% Pinot Meunier e 35% Chardonnay. è una delle più grandi e conosciuta cantine inglesi, produce anche vini fermi bianchi e rossi. Gli ettari vitati sono 100. Il vino fa la malolattica e sta tre anni e mezzo sui lieviti. S’inizia a intravedere un maggiore equilibro tra naso e bocca anche se il vino è un po’ esile, poco intenso e poco fine.

Hush Heath Estate 2008: 100% Pinot noir. Purtroppo è in giudicabile, con molta probabilità a causa di una malolattica in bottiglia non controllata, che ha dato origine a sentori di formaggio (gorgonzola) e carruba. Sono state aperte anche delle altre bottiglie ma il risultato non è cambiato, probabilmente una serie difettata perché Michele Shah garantisce di averlo assaggiato mentre preparava la degustazione qualche giorno prima del Vinitaly e il risultato era differente.

Ridgeview Wine Estate 2009: 50% Pinot Meunier e 50% Pinot Noir. Finalmente, l’unico Inglese coerente tra naso e bocca: elegante, naso discreto di frutta rossa, equilibrato e persistente. Risulta il migliore assaggio tra gli anglosassoni, il punto della bandiera.

Trento Doc Maso Martis brut riserva 2006: 70% Pinot Nero e 30%Chardonnay che fa barrique e malolattica. Rimane a maturare in bottiglia per almeno 4 anni prima di essere immesso sul mercato. Una Riserva atipica per il Trentino perché di solito viene privilegiato lo Chardonnay. L’annata 2006 per il Trentino è stata ottima e nel vino si sente tutta. Bollicina elegantissima, di bella morbidezza, naso di grande complessità, struttura, grande carattere, un vino unico; in poche parole il mio preferito della batteria, assieme (naturalmente) alla Cuvèe Anna Maria Clementi 2004.

Bolney Wine Estate 2009: 100% Pinot noir. L’attività di quest’azienda inizia nel 1972; siamo sempre su est Inghilterra e gli ettari vitati sono 16 ettari. Al naso è molto interessante, ma la morale è sempre quella, poco equilibrato, anche se ha una bella persistenza.

Trento Doc Altemasi riserva Graal: 70% Chardonnay e 30% Pinot nero. Una parte dello Chardonnay fermenta in legno e rimane ad affinarsi prima del tiraggio. Armonia, equilibrio, eleganza, bel frutto tropicale.

Franciacorta Cà del bosco Cuvèe Anna Maria Clementi 2004: 55% Chardonnay 25% Pinot Bianco, 20% Pinot nero che proviene da 16 diversi vigenti. Il vino mito della Franciacorta, premiatissimo, giustamente incensato. In questo momento mi emozionano di più altri prodotti del territorio (sento già le urla di disappunto e gli insulti che volano), magari tra qualche anno lo amerò alla follia, oggi no!   Per il resto una bollicina di rara eleganza, equilibrio e morbidezza sopraffine.

Alla fine credo sia improprio questo paragone tra inglesi e italiani, perché i gusti richiesti dai rispettivi mercati di riferimento sono molto diversi; c’è però un punto importante che va considerato: le bollicine inglesi si pongono su una fascia di prezzo importante: 17, 20, 25 sterline proprio perché il modello al quale aspirano è lo Champagne. In questo caso il rapporto qualità/prezzo è davvero sproporzionato se paragonato anche alle bollicine di casa nostra.  Una cosa è certa Franciacorta, Trento Doc, ma anche Oltrepo pavese e Alta Langha possono dormire sonni tranquilli, almeno per il momento!

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Passare una serata con Aurelio del Bono è una bella botta di vita, inutile negarlo! La noia e la pacatezza non fanno parte del suo modo di essere e inevitabilmente ne sarai contagiato.  Quando ci sono i vini di Casa Caterina in degustazione c’è sempre una certa tensione (positiva) nell’aria e il dibattito (di Morettiana memoria) è inevitabile: affannose discussioni tra i partecipanti su cosa sia naturale, biologico, biodinamico e poi i vini di nicchia, la Franciacorta ideale e la Franciacorta reale, tutti che s’infervorano, s’incazzano e naturalmente Aurelio che non si sottrae.  Questa volta però ho ordinato in maniera perentoria al mio cervello di spegnere l’orecchio esterno e mi sono concentrato esclusivamente sui vini, che a questo punto del mio viaggio enoico ho l’ardire di affermare che poco hanno a che fare con la Franciacorta: qui siamo decisamente oltre, al di là! Qualcuno li troverà difficili, magari estremi; ovviamente massimo rispetto per l’altrui pensiero, per quanto mi riguardo credo che quell’uomo sia un mago in grado di destabilizzarmi ogni volta che assaggio i suoi vini. Non ho voluto prendere appunti ne perdere tempo prezioso a riconoscere sentori, ho solo goduto!

 Cuvèe 60 Blanc de Blancs (100% Chardonnay) Brut 2006

Vendemmia 2006

Tiraggio 13/03/2007

Sboccatura 07/08/2011

Bottiglia n° 4028/6000

 

 

Cremant Blanc de Blancs (100% Chardonnay) Brut 2004

Vendemmia 2004

Tiraggio 18/04/2005

Sboccatura 15/06/2011

Aperte due bottiglie, la 553/1000 e la 568/1000; due vini completamente diversi, più suadente la prima, più nervosa e proprio per questo più emozionante la seconda!

Cuvèe 60 Blanc de Blancs (Chardonnay 100%) brut 2004

Vendemmia 2004

Tiraggio 13/07/2005

Sboccatura 07/01/2011

Bottiglia 6707/8000

 

 

 

Blanc de Noir (100% Pinot Nero) 1990

Vendemmia 1990

Tiraggio 03/03/1991

Sboccatura 15/04/2011

Bottiglia n° 234/500

Inutile descriverlo, troppo intenso per me; magari per altri estremo, che bella la soggettività, vale la pena però confrontarsi con questo vino!

 

 

 

Brut Reserve 1999

96% Pinot Nero in acciao e 4% Chardonnay che fa quattro legni diversi. Vale il discorso appena fatto per il Blanc de Noir!

 

 

 

 

 

Moscato Rosa 2000

Moscato rosa secco! Si avete letto bene, secco, nemmeno una vaga idea di zucchero, degno di incredibili abbinamenti con la cucina di mare!

 

 

 

Naturalmente la star della serata era Aurelio del Bono, ma non bisogna mai dimenticare Carlo Piasentin patron del 900 all’isola di Palazzolo dello Stella, ristoratore appassionato e instancabile ricercatore di vini e vignaioli!

Ti odio poi ti amo poi ti amo, poi ti odio, poi ti amo, non lasciarmi mai più sei grande, grande, grande come te sei grande solamente tu.

Di Renis/Testa, canta Mina!

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Santo Stefano Belbo, città natale di Cesare Pavese e naturalmente tutto rimanda a lui, a uno dei più grandi scrittori italiani di sempre. Mi piace pensare che Constance Dowling, il grande e doloroso amore di Pavese, non sarebbe andata via senza dare nessuna spiegazione se ci fosse stata una buona bottiglia di moscato a trattenerla e avrebbe lasciato definitivamente l’America per trasferirsi proprio nella città natale dell’indimenticato e indimenticabile scrittore. Cesare e Costance non ci sono più da tanto tempo, ma per fortuna a Santo Stefano Belbo è rimasto almeno il moscato che trova in Oscar Bosio e nella sua cantina “La Bruciata” uno dei suoi massimi interpreti! L’azienda agricola si trova a Valdivilla (frazione di Santo Stefano Belbo), su una sommità che domina le valli del Belbo e del Tanaro, a pochi km da Alba, Canelli e Asti a 420 m slm. Naturalmente la posizione permette un’ottima escursione termica nel periodo estivo fondamentale per la concentrazione dei profumi. Gli ettari vitati sono 17 tutti di proprietà con una predilezione per il moscato, naturalmente vi sono anche i classici vitigni di Langa distribuiti nei comuni di Santo Stefano Belbo, Mango e Neive.

Parlando dei vini di Oscar Bosio, il proprietario de “La Bruciata”, mi vengono in mente subito almeno tre considerazioni, la prima: qui il famoso rapporto qualità/prezzo è un caso da manuale e non usato a sproposito per mascherare dei vini appena discreti come spesso si usa fare e ne converrete non appena assaggiato il Moscato Secco, il Moscato d’Asti e il Dolcetto D’Alba. La seconda considerazione e che chi ha il coraggio di aspettare i vini bianchi qualche anno, senza cadere nell’urgenza di mettere in commercio vini d’annata si ritrova con prodotti di grande qualità con un potenziale davvero notevole e non è un caso che allo scorso Vinitaly, Oscar Bosio abbia presentato una verticale di 4 anni del suo Aivè (Moscato secco) per la precisione il 2007-2008-2009-2010. Terza considerazione, l’importanza di saper comunicare in maniera sana e autentica; sempre allo scorso Vinitaly, sono arrivato allo stand de “La Bruciata”  in un momento di delirio, organizzato ma pur sempre delirio, e sono stato accolto con l’attenzione che si riserva ai migliori clienti trovando in Oscar Bosio e suo figlio una gentilezza e un’umiltà smisurata cosa di cui sono capaci solo i grandi uomini del vino.

 I Vini degustati

Alla famiglia Bosio si affiancano l’agronomo Valter Iguera e il grande enologo Dante Scaglione (già enologo da Bruno Giacosa, vincitore del Premio Veronelli come miglior enologo italiano) che tanto per fare un paragone musicale è un Keith Richards in grado di dare quel timbro unico che non è tecnica o virtuosismo fine a se stesso ma classe pura.

 AIVE vdt bianco 2009 (Moscato Bianco 100%)

Stiamo parlando di un moscato (e che signor moscato) completamente secco, di bella acidità e grande equilibrio; al naso aromi di fiori, vegetali e di frutta bianca. Un vino di estrema piacevolezza che consente di spaziare anche con gli abbinamenti, dai crudi di pesce alla cucina orientale. Bellissima scoperta!

 Dolcetto d’Alba 2011 (Dolcetto 100%)

Naso di violetta, leggermente speziato, bella morbidezza un vino fantastico, per chi vuole “rilassarsi” negli abbinamenti e non solo, si lascia bere e poi bere e ribere!

Moscato d’Asti docg 2011 (Moscato bianco 100%)

Piacevolissimo con le sue note aromatiche di frutta bianca e di fiori e con l’acidità che bilancia perfettamente gli zuccheri. Il Moscato d’Asti di Oscar Bosio è fatto da dio, ed è buono (ma anche di più) quanto altri sicuramente più famosi e celebrati.

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

Cesare Pavese
da “La luna e i falò”

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Con Lorenzo Massart, il proprietario di Poggiotondo, ci siamo dati appuntamento a Vinitaly, deve farmi assaggiare assolutamente il Vin Santo del Chianti Collefresco. Nelle settimane precedenti avevo avuto modo di conoscere gli altri vini aziendali: Poggiotondo 2008, C66 2008, il Chianti “Le Rancole 2006”, vini diretti, personali, poco piacioni, che ho molto apprezzato! Qualche giorno prima Lorenzo mi manda una mail per la conferma dell’appuntamento e per invitarmi a dare un occhio ai suoi quadri sul suo sito , perché Lorenzo Massart, oltre ad essere vignaiolo, è anche pittore (e non solo, ma questo lo scoprirò a Verona). Allora guardo le sue tele e non avendo voluto fare troppe ricerche su internet per ricercare la sua faccia, inizio a pensare che Lorenzo sia una specie di bohémien, dedito alla vigna e alla pittura, un vero artista insomma. A Verona l’appuntamento è presso lo stand dei Vini Buoni D’Italia; arrivo e colpo di scena, Lorenzo è tutt’altro che un bohémien, è vestito di tutto punto, impeccabile! Allora gli racconto di come me l’ero immaginato e di quanto mi ha sorpreso e giù risate! Scopro dal suo esilarante biglietto da visita che tra le varie è anche avvocato! La simpatia è immediata, d’altronde provate a immaginarvi un biglietto da visita dove a fianco delle attività di Massart c’è un quadratino vuoto dove voi (o lui) potete mettere una x a seconda del tipo di questione che si sta trattando al momento che sia una causa, un vino o un quadro. Lorenzo Massart è un anti depressivo naturale e da subito capisco che si diverte un mondo in tutto quello che fa, emana un’energia davvero particolare.  Mi racconta del suo Vin Santo del Chianti, solo seicento bottiglie da 375 ml, e di come non siano molte le aziende che lo fanno seriamente; anzi, la cosa pazzesca è che alcuni ristoratori toscani preferiscono offrire al consumatore medio come vino dolce il Passito di Pantelleria! Assaggiamo, non sono un grande appassionato dei vini dolci ma questo è stupendo, sontuoso e nobile! Venti minuti, un incontro folgorante; speriamo di rivederci presto nel Casentino o a Firenze dove ha il suo studio legale/galleria d’arte/punto di degustazione. Riflettendoci, nell’etimologia del cognome c’è un destino: Mass Art, concentratore d’arte, incredibile!

I vini degustati

Lorenzo Massart è devoto al Sangiovese ed è per un vino che sia di terroir senza fronzoli. L’azienda si trova nel Casentino per la precisione a Subbiano in provincia di Arezzo, l’ultimo avamposto del Chianti. L’azienda agricola ha un’estensione di 53 ettari  ed oltre alla vigna vi è un’intensa attività di olivicoltura seguita dalla moglie Cinzia Chiarion che ha anche un sito sull’argomento: Olio&Salute.

Poggiotondo 2008

Da uve sangiovese 85% e canaiolo 15%, matura in botti di cemento e viene affinato in bottiglia per almeno sei mesi. Bel naso di marasca e cioccolato, china. È il vino base dell’azienda con grandi prospettive di crescita, il 2008 è ancora in cerca di un suo equilibrio ma è un “ragazzino”, si farà!

C66 2008

Da uve sangiovese 95% e merlot 5%. È il vino che nasce con il contributo della moglie Cinzia. Naso stupendo di spezie, note animali, ricco e complesso, bellissima espressione del Sangiovese, chissà che cosa sarà questo vino tra dieci anni!

Chianti “Le Rancole” 2006

Da uve sangiovese 80% e canaiolo 20%: si produce solo nelle annate più favorevoli. Matura per il 40% in barrique, per il 60% in botti di media grandezza. Viene poi affinato in bottiglia per un anno prima della commercializzazione. Al naso china e ciliegie e spezie, bella acidità. Anche in questo caso siamo di fronte ad un vino molto “giovane” che con il tempo emozionerà!

Vinsanto del Chianti Collefresco 2003

Da uve trebbiano 80%, malvasia 20%. Eccolo il capolavoro! Solo 600 bottiglie per questo nettare dal colore oro lucente. Dopo cinque anni di maturazione in caratelli di varie dimensioni fa un anno di affinamento in bottiglia. Al naso miele, confettura di albicocca, rotondo viscoso e morbido lontano anni luce dalla stucchevolezza. Giù il cappello!

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C’è una cosa che arricchisce il bagaglio esperienziale del degustatore di vino, si chiama diversità di vedute! In degustazione, il confronto tra chi compone il Panel è fondamentale, perché io posso trovarci quel sentore, il collega un altro; per me il vino è pronto, per lui è maturo, oppure per me è armonico, per il collega lo è abbastanza, ecc.; alla fine qualche discrepanza potrà esserci ma siamo più o meno sul pezzo! Rimango totalmente affascinato, e confesso anche un pizzico angosciato, quando l’assaggio di un vino porta a risultati diametralmente opposti; quello che per me è grande vino per un altro non è nemmeno degno di nota! È successo di recente con il Franciacorta Docg Brut “Collezione Grandi Cru” 2005 di Cavalleri che in questo post definivo così: “Eccola la mia bollicina feticcio (assieme al Millesimato Riserva D’Antan de La Scolca). Complessa, aristocratica, con note ossidative che donano grande eleganza, lunghissimo in bocca. Da aspettare nel corso del tempo per provare, se possibile, emozioni ancora più intense. Immenso!”. Accipicchia, o gosh come direbbero gli inglesi, nel numero di Aprile 2012 dell’autorevole mensile “Il mio vino”, nella celeberrima rubrica “Davide e Golia”, lo stesso Franciacorta di Cavalleri (Golia) a confronto con altri sei definiti “Davide”, delude parecchio il team di esperti degustatori della rivista che lo definiscono così: ”Al naso però i profumi sono stati quasi impercettibili, solo note floreali e di crosta di pane decisamente lievi, seguiti da un aroma indefinibile ma che non accentua la gradevolezza. Accentuata invece, la sensazione citrina in bocca, che però non lascia spazio ad altri sapori. Il frutto è quasi inesistente e la struttura traballa, scivola via facilmente senza lasciare persistenza. Insomma a farsi forte è l’acidità, con effetto prevaricante”, un disastro insomma, che diventa doppio se consideriamo che il prezzo di una bottiglia, sempre secondo “Il mio vino”, è pari a 39 euro! Confesso tutto il mio imbarazzo, come posso essermi sbagliato in maniera così clamorosa? Come posso aver pensato che quel vino è un prodotto che per rango va sicuramente anche oltre la Franciacorta? Per fortuna, proseguendo nella lettura dell’articolo, mi sono confortato e rasserenato, ed è cambiata totalmente la prospettiva. L’imbarazzo ho iniziato a provarlo per l’esperto team di degustatori della rivista e mi sono fatto alcune domande del tipo: Ma avete aperto una sola bottiglia? Per penalizzare un vino che voi stessi dite che “di regola dovrebbe durare una vita considerando che alcune edizioni di oltre quindici anni sono ancora eccellenti” avete deciso che era “Buona la prima”?Considerare poi “Golia” una cantina come Cavalleri che fa 170.000 bottiglie l’anno e che dell’etica ne ha fatto stile (fuori dal Consorzio per una questione di principio, numero limitato di bottiglie, rispetto rigoroso del cliente, ecc.) fa davvero sorridere! Ma è soprattutto la modalità del confronto che grida vendetta, cosa che per una rivista così popolare ritengo sia un vero e proprio scivolone: Come si possono mettere a confronto dei Franciacorta così diversi per tecnica di vinificazione e affinamento sui lieviti, che per forza di cose avranno anche prezzi diversi? Non si rischia di disorientare il consumatore dicendo che una Franciacorta che costa 13.50 alla bottiglia è la stessa identica cosa di uno che ne costa 39? Non era considerato errore grave sommare le pere con le mele?

Ps: Naturalmente io rimango del mio parere sulla grandezza del “Collezione Grandi Cru” 2005 e a quanto sono in buona compagnia poiché in cantina è esaurito da tempo! E allora degustatori de “Il mio vino” à votre santé!

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