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SLOVENIA: VINI DI TERRE ROSSE, DI BORA, DI PONCA
Se dei vini bianchi di Slovenia è facile decantarne le qualità, nonostante ci sia ancora molto da scoprire, per i rossi il discorso è diverso. O meglio, nella mia poca conoscenza della materia, pensavo che quelle terre potessero dare qualche rosso di buona fattura ma niente più. La clamorosa smentita a questa mia convinzione, con conseguente ennesimo bagno di umiltà, è arrivata grazie alla bella manifestazione veneziana “Gradito l’abito rosso”, organizzata dalla Fisar in collaborazione con Aurora Endrici e Paolo Ianna. In una delle degustazioni pomeridiane ho assaggiato uno dei Pinot Nero tra i più interessanti che mi sia capitato di bere negli ultimi tempi. Il vino in questione è il Pinot Noir Selekcija 2008 (presentato in magnum) del produttore del Collio Sloveno (BRDA) Marjan Simčič. Questo vino ribalta completamente la prospettiva perché, finché in quelle zone si parla di Merlot i risultati possono essere notevoli ma che l’ostico vitigno Pinot Nero si comporti così bene nel Collio Sloveno equivale a un vero e proprio miracolo. Corre l’obbligo quindi, senza nemmeno tanto indugiare, di andare al più presto da Simčič per assaggiare qualche annata meno recente, giusto per vedere le reali potenzialità del vino. Naturalmente nel pomeriggio veneziano non c’è stato solo Simčič; si sono fatti apprezzare anche i produttori Vina Kras (Carso sloveno) con il Teran Prestige 2009 (Terrano 100%); tra l’altro da segnalare, sempre di quest’azienda, un brioso e piuttosto beverino Terrano Charmat che m’ha ricordato la migliore tradizione del Lambrusco; poi di MonteMoro (produttore della zona di Kapodistria) il notevole Refošk aMorus 2008 (100% Refosco). Vino interessante anche il Cuba 2008 (Merlot 80% e Barbera 20%) di Martin Gruzovin dell’azienda Guerila (Valle di Vipava); e infine il Klet Brda Merlot Bagueri 2007. Slovenia sempre più sorprendente quindi, che, tra l’altro, dalla vendemmia 2011, avrà in comune con l’Italia una denominazione d’origine controllata mitteleuropea: la Doc Carso Terrano Sloveno e Italiano, prima denominazione transfrontaliera in assoluto!

IL FILO ROSSO DELLA VITE DALL’ORIENTE A VENEZIA
Attilio Scienza
, Ordinario di Viticoltura presso la Facoltà di Agraria dell’Università di Milano, si sa, è una delle massime autorità in ambito ampelografico, pertanto quando c’è la possibilità di sentirlo parlare è un’occasione che non bisogna mai lasciarsi scappare. Questa volta a Venezia, nell’ambito della manifestazione “Gradito l’abito rosso”, si è svolta una tavola rotonda, moderata da Aurora Endrici, sulla storia della vite e sulla sua esperienza di ricerca del genoma della vite partendo dal monte Ararat, passando per la Grecia, la Dalamazia e giungendo ai giardini di Venezia. Nell’occasione è stato proiettato anche il cortometraggio “Archevitis”, di Nereo Pederzolli, che a settembre 2011 ha ricevuto il primo premio a Parigi come migliore lungometraggio sulla storia della vite dal Festival Internazionale Vite e Vino. Il documentario è stato fortemente voluto dal comune di Isera con l’obiettivo di approfondire lo studio dell’antico vitigno Marzemino che pare abbia avuto origine nel Caucaso. Attilio Scienza ha colto l’occasione per presentare anche il suo progetto “Podere Guado al Melo”, realtà vitivinicola situata in Toscana, per la precisione a Bolgheri, dov’è possibile ammirare un vigneto che è un vero e proprio giardino ampelografico e che comprende numerose varietà provenienti da ambienti mediterranei, dal Caucaso e da viti selvatiche toscane. Al termine della tavola rotonda è stato possibile degustare due interessanti vini (uno bianco e uno rosso che meritano maggiore approfondimento) derivanti da vitigni di origine caucasica.

Guarda il trailer di Archevitis

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È indubbio che la strada da percorrere per la Franciacorta, ma credo tutti produttori di metodo classico in generale, è quella del dosaggio zero; lo dicono gli esperti, lo confermano le guide con i loro premi. Dosaggio zero, pas dosè, brut nature, modi diversi per dire la stessa identica cosa, ovvero bollicine alle quali, dopo il degorgement, non viene aggiunta la liqueur d’expedition, ma lo stesso vino; non vi è pertanto nessuna aggiunta di zuccheri. Argomento molto interessante che è stato trattato in un convegno, il primo a livello internazionale sull’argomento, come ha ricordato Bruno Muratori nelle fasi di apertura dei lavori, organizzato da Arcipelago Muratori a Villa Crespia in Franciacorta il 23 gennaio scorso. Un convegno innovativo sotto tutti i punti di vista; infatti, grazie a Intravino, è stato possibile sperimentare la tecnica della Storify, un modo nuovo di seguire gli eventi via web che unisce video, foto, tweet e commenti in un’unica storia che i naviganti possono leggere, commentare in diretta oppure inserire direttamente nel proprio blog.

Visti questi aspetti molto “web oriented”, in platea molti blogger, ma naturalmente anche giornalisti ed esperti. Sul palco invece relatori di prim’ordine, come Il professor Attilio Scienza che ha tenuto una lectio magistralis sull’evoluzione storico-tecnica del dosaggio nel tempo, Luca Gardini miglior sommelier del mondo, Micheal Drappier produttore di champagne, la wine writer inglese Michèle Shah, il giornalista e wine blogger spagnolo Jordi Melendo, Andrea Gori sommelier e wine blogger; il tutto moderato con grande senso dell’ironia Federico Quaranta. Questa la fredda cronaca, ma ci sono stati alcuni interventi che mi hanno scaldato il cuore e fatto riflettere: primo, l’interevento di Luca Gardini! Luca è stato deciso nel dire che il confronto tra Champagne e Franciacorta non solo è un inutile esercizio di stile, ma alla fine rischia di non dare la giusta valenza a un territorio (Franciacorta) che è unico; quindi basta sommare le mele con le pere, diamoci un taglio definitivo (come direbbero i Pink Floyd), lo Champagne è Champagne il Franciacorta è Franciacorta, pietra tombale sopra!  Altro aspetto cruciale: Luca Gardini auspica che le bollicine a Dosaggio Zero non diventino moda (e nemmeno un vino per pochi, dico io)! In effetti, le mode sono effimere e tutta una serie di prodotti d’indubbia qualità a dosaggio zero non lo meriterebbero; pertanto, sommelier e comunicatori hanno il compito di fare in modo che questo non avvenga, poi poco importa se, per dirla alla Michele Shah, i consumatori preferiranno sempre un vino più abboccato, l’importante è che non accada quello che dice Francois Morel, ovvero che a furia di prendere il consumatore per un sempliciotto finirà per diventarlo.  Timone diritto allora (che metafora infelice) e via con il Dosaggio Zero che può diventare vero simbolo di un territorio e contribuire a (ri) lanciare la Franciacorta.
Secondo, anche se per ragioni opposte, l’intervento di Michèle Shah! Michèle dice: c’è una crescita globale della tipologia spumante ementre il prosecco sta facendo sfaceli, la Franciacorta nel mondo è semi sconosciuta ; ma non vediamo la cosa come negativa perché tutto ciò per osmosi porta il focus sulle bollicine italiane tout court. Ecco quest’assunto mi spaventa; credo che il prosecco invece che fare da traino possa produrre l’effetto contrario, in altre parole continuare a relegare il metodo classico italiano in un angolo, generando, se possibile, ancora più confusione nei consumatori. Una volta per tutte, usciamo da questa sudditanza psicologica nei confronti del prosecco, se siamo a un convegno sul metodo classico, non nominiamolo nemmeno, lui si vendicherà facendo altrettanto negli appuntamenti a lui dedicati. Non diamo adito a dubbi perché checchè se ne dica la strada da fare è ancora tanta; il consumatore medio ancora oggi non è in grado di distinguere tra le due tipologie e mette tutto nello stesso calderone.  Diamo una mano alla Franciacorta, al Trento Doc, all’Oltrepo Pavese, all’Alta Langa. Ad esempio, se parliamo del Franciacorta, nelle carte dei vini o alla mescita, tranne rare illuminate eccezioni, la presenza è limitata a tre nomi (si proprio quelli a cui state pensando) e alla domanda “Che Franciacorta avete?” la litania è sempre la stessa; ma per dio la Franciacorta è anche altro (e che altro!) e su questo, lo dico con tutta l’umiltà possibile, se fossi nel consorzio, m’ interrogherei.
Chiudo con le parole di Luca Gardini, che pur essendo un genio di tecnica e un pozzo di scienza alla fine del suo intervento ha concluso “semplicemente” così: “ Il vino è di chi lo fa, è della terra, è delle persone!  Emozioni, comunichiamo le emozioni!” Amen!
A fine convegno, in pè!, per dirla alla Enzo Jannacci di “Veronica”, si potevano degustare: l’interessante  Numero Zero di Villa Crespia (chardonnay in purezza ),  il notevole  Champagne Brut Nature Millésime Exception 2004 di Drappier (assemblaggio di pinot nero, chardonnay e pinot meunier dalla regione dell’Aube) e il sorprendente  Cava Brut Nature Reserva de la familia 2008 di Juvé y Camps (cuvée di uve macabeo, xarel.lo, parellada e chardonnay) a dimostrazione che il cava esiste e vivo e vegeto e non si chiama Freixenet.

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